Letizia Valentino: il medico militare che lavora in Antartide a -50°C

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Si trova in pieno Antartide a più di 3000 metri, la base Concordia, ovvero la struttura di ricerca permanente franco-italiana che per tre mesi sta ospitando il contingente militare italiano, costituito da 24 soldati della Marina Militare, dall’Aeronautica e dai Carabinieri. Tre mesi a temperature che arrivano fino a -50 gradi, durante i quali della loro salute si occupa la 32enne Letizia Valentino, capitano medico delle Forze speciali dell’Esercito italiano. Letizia ha un primato non indifferente: è la prima donna militare che partecipa alla spedizione in Antartide, in questo caso la XXXI, all’interno del Programma nazionale di ricerca in Antartide.

Il capitano Valentino tornerà in Italia a febbraio, manca poco dunque, ma fino ad allora, assicura all’Adnkronos Salute “La cosa che mi manca di più a livello personale è il gusto della frutta e della verdura fresca. A livello sociale riesco ancora a gestire bene la lontananza dagli affetti più veri della mia vita, anche se è naturale che mi manchi la famiglia e gli amici, anche se sono abituata alla distanza. So che la qualità del tempo che passerò con loro al mio rientro mi ripagherà di questa lunga attesa“. In Antartide, tra freddo e insidie di varie natura, la vita quotidiana non è sicuramente semplice per i nostri militari. “Ho trattato soprattutto casi di sindrome d’alta quota, con insonnia, mal di testa, nausea e affanno – osserva la dottoressa – ma anche coliti, enteriti, dolori muscolari e tendiniti e affrontato piccoli infortuni domestici quali ferite da taglio e avulsioni ungueali. Con il passare del tempo, l’attenzione cala e la percentuale di infortuni rischia di aumentare. Sicuramente in questo contesto torna utile la medicina ambulatoriale abbinata a una buona dose di psicologia umana“.

Ma Letizia non è alla prima esperienza fuori dall’Italia: per 5 anni, infatti, è stata dirigente del servizio sanitario degli incursori del nono Col Moschin, e in più è stata tre volte in Afghanistan. Gestire le situazioni d’emergenza, dunque, è per lei un’attività quasi ordinaria. “Io sono partita avvantaggiata essendo un militare dell’Esercito – spiega – La formazione e il continuo addestramento sono elementi essenziali che ci permettono di ben operare in qualsiasi contesto“.

Non devono ovviamente mancare una buona dose di adattabilità, voglia di conoscenza e capacità di portare le proprie esperienze un po’ all’estremo – precisa il capitano – ma anche la preparazione attraverso i corsi di preparazione stabiliti dall’Enea che si svolgono sul Brasimone (per quanto riguarda la parte più teorica) e sul Monte Bianco (parte pratica). In questo modo ci si conosce con il resto del gruppo della spedizione e si iniziano a saggiare le prime difficoltà legate alle condizioni estreme di freddo. Il corpo tende al dimagrimento. Ci troviamo a 3.300 metri che equivalgono a 4000 per lo schiacciamento del polo, per cui il metabolismo è influenzato dall’ipossia e dal freddo – sottolinea il capitano Valentino – Tendenzialmente si perdono 5-6 chili in media per individuo. All’inizio sono soprattutto liquidi perché siamo in un ambiente molto secco e ci si disidrata molto. Il consiglio è quello di bere, ma beviamo comunque un’acqua desalinizzata data dallo scioglimento della neve locale“. Il dimagrimento, spiega la dottoressa “è influenzato dall’affaticamento muscolare legato al freddo, dalla mancanza di un appropriato apporto di sonno (legato alla quota) e dal fatto che gli operatori si muovono molto a piedi all’interno della base per poter raggiungere i laboratori o per lavorare nella raccolta dei campioni di neve, nella sistemazione dei magazzini esterni“.

Ma il freddo non è l’unico nemico sulla base Concordia, perché anche: l’isolamento crea notevoli disagi fisici e psichici. “Le problematiche sono soprattutto legate ai rapporti interpersonali, all’isolamento fisico dagli affetti e al confinamento lavorativo in base – spiega ancora il capitano – Il lavoro del personale scientifico e di supporto logistico spesso si svolge in ambienti ristretti, per ore in shelter o laboratori isolati e piccoli, con apparecchiature essenziali. Di contro i momenti di svago all’interno della base sono legati a una convivenza forzata in ambiente ristretto, con stanze e bagni in comune, gli orari sono stabiliti ogni giorno e scanditi da riunioni, mensa, attività ben precise all’interno della base“. Persino svaghi che oggi consideriamo basilari, come tv, radio o internet, in Antartide non sono così scontati: “Questi media non sono di facile accesso e utilizzo. Le comunicazioni con l’Italia sono essenziali e questo forza maggiormente la condivisione e la convivenza tra i singoli. Un’altra difficoltà, che rappresenta comunque un arricchimento, è la presenza di culture differenti sia dal punto di vista scientifico che relazionale. Ci sono italiani, francesi, inglesi, russi, tedeschi, spagnoli e i limiti comunicativi possono ampliare l’isolamento di alcuni, ma essere per altri un ‘movens’ di conoscenza e stimolo“.