Viaggio nel Parco Nazionale della Val Grande, l’area selvaggia più vasta d’Italia

Il Parco Nazionale della Val Grande si estende nel cuor della provincia del Verbano Cusio Ossola ed è parte del Sesia-Val Grande Geopark, una più grande area di interesse geologico, entrata a far parte della rete mondiale dei Geoparchi, patrocinata dall’Unesco.

Si tratta dell’area selvaggia più vasta d’Italia, un’area incontaminata definita dagli esperti “wilderness”, tra montagne e valli ricche di fascino e mistero, canyons, dirupi, fitti boschi e panorami mozzafiato.

PARCO NAZIONALE VAL GRANDE COPEstremamente varie la flora e la fauna. Il Parco Nazionale della Val Grande è pieno di faggi, abeti rossi, tigli, sorbi, noccioli, ontani verdi, mirtilli rossi, lattuga montana, felci e muschi e sono numerose le specie floreali alpine: aquilegia alpina, tulipano alpino e rododendri bianchi. Tra gli animali, si possono avvistare camosci, cervi, caprioli, volpi, donnole, gufi reali, topi selvatici, toporagni, ghiri e scoiattoli.

PARCO NAZIONALE VAL GRANDE 4Il Parco non è importante solo sotto l’aspetto prettamente naturalistico dal momento che molti siti, uniti da una fitta rete di sentieri, conservano tracce della presenza millenaria dell’uomo, come incisioni rupestri, baite abbandonate, suggestive vie scavate nella roccia per il transito del bestiame, cappellette votive, manufatti creati per il taglio ed il trasporto del legname, fortificazioni militari e lapidi commemorative.

PARCO NAZIONALE VAL GRANDE 1Il Parco Nazionale della Val Grande è un luogo unico, dove la natura sta lentamente recuperando i suoi spazi con boschi senza fine, acque trasparenti e silenzi incontrastati, in cui si scorgono le tracce degli uomini che, nel corso dei secoli, si sono adattatati ad un territorio così impervio ed inaccessibile.

PARCO NAZIONALE VAL GRANDE 6In realtà la Val Grande, fino alla Seconda Guerra Mondiale, era occupata stabilmente dall’uomo ed intesamente sfruttata, grazie ad un’incessante attività di disboscamento. Dalle sue cave, venne estratto, oltretutto, il marmo per la costruzione del Duomo di Milano. Solo la fine della Guerra, l’abbandono degli alpeggi e della pratica del disboscamento ha consentito che l’area recuperasse la sua naturalità.