Ogni giorno nel nostro Paese 6 donne perdono il loro bambino, in genere negli ultimi tre mesi di gravidanza. A lanciare l’allarme la rivista scientifica ‘The Lancet‘ con uno speciale intitolato ‘Prevenire le morti in utero evitabili‘. Il dato e’ stato tra gli argomenti al centro dell’incontro annuale delle Scuole di Ostetricia e Ginecologia degli atenei romani, dedicato al tema La medicina prenatale e la tutela della vita e tenutosi oggi all’Universita’ Campus Bio-Medico di Roma. L’evento si e’ svolto alla vigilia della 38° Giornata Nazionale per la Vita. Roberto Angioli, Direttore della Scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia dell’Ateneo ospitante ha denunciato che “Se guardiamo a quanto si e’ investito negli ultimi anni per la ricerca sulle tecniche di procreazione medicalmente assistita e a quanto, invece, per migliorare le condizioni di un bambino che ha dei problemi in utero o alla nascita, dobbiamo registrare una differenza abissale. Eppure la medicina ha l’obiettivo primario di curare un feto malato, non di incentivarne l’eliminazione“. Il dibattito tra gli specialisti ha visto alla fine la redazione di un Documento Finale, sottoscritto dai primari delle cattedre ginecologiche della Capitale. Nel testo viene sottolineata la “necessita’ assoluta di rapportare correttamente il livello di rischio di ogni singola gravidanza” evitando usi impropri della diagnostica prenatale. E, in caso di problematiche fetali, e’ forte il monito a “informare i genitori sul significato di questa patologia, sul trattamento del feto, ove possibile, e sull’assistenza del neonato affetto, nell’ambito di un corretto e responsabile approccio alla coppia in attesa di una nuova vita“. I ginecologi ribadiscono, peraltro, l’urgenza di “investire nella ricerca e nella formazione del personale sanitario, medico e paramedico, e dei medici in formazione specialistica, nell’ambito della Medicina Fetale al fine di tutelare la vita come bene unico ed intangibile e offrire opzioni terapeutiche sempre piu’ valide“. “Abbiamo voluto lanciare – spiega Angioli – un messaggio forte sul senso della medicina prenatale, che consentirebbe, se ben applicata, di ridurre il livello di mortalita’ infantile nel nostro Paese. Tasso che, peraltro, secondo l’Istat e’ oggi pari a 3,9 casi su mille nati vivi: una percentuale tra le piu’ basse dei Paesi industrializzati”.
Ginecologi: “Più investimenti nella ricerca per patologie del feto”


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