Tante le leggende legate a Sant’Agata, tra cui quella dell’Impronta. Quinziano provò a convincere Agata a intraprendere la via del piacere ma la fanciulla rispose: “è più facile che si rammollisca questa pietra, che non il mio cuore alle tue blandizie!“, battendo il piede che lasciò un’orma su una pietra, conservata ancora oggi a Catania, nella chiesa del Santo Carcere.
Dopo aver mandato a morte Agata, Quinziano fu costretto a scappare a causa di un forte scossa di terremoto e della folla che voleva linciarlo. Ma nel tentativo di attraversare il fiume Simeto, vi annegò nei gorghi. Questo avvenimento alimentò la leggenda del Simeto:sembra che la notte tra il 4 e il 5 febbraio, giorni del martirio, da quei gorghi in cui Quinziano perse la vita, si sentano ancora le sue urla disperate che chiamano insistentemente il nome Agata e l’ultimo nitrito del cavallo, anch’esso travolto dalle acque del fiume. Cosa si nasconde, invece, dietro al “sacco”, tradizionale camice bianco vestito dal “Cittadino”, devoto catanese, durante la processione? Si narra che l’arrivo del corpo di Sant’Agata, il 17 agosto 1126, avvenne in piena notte e ad uscire per accogliere il corpo della Santa furono i soli uomini, così come si trovavano, in camicia da notte e da allora tutti i devoti si vestono così.
Un’altra leggenda è quella delle “Sette porte in ferro”. Nel 1890 le sacre reliquie con tutto il tesoro, erano custodite “normalmente” dentro il duomo. Quando avvenne il grande furto, e recuperata parte della refurtiva, si pensò bene di tutelare questo inestimabile tesoro con dei cancelli robustissimi e invalicabili in ferro, da qui il famoso proverbio catanese: “Doppu cà a S.Aita a rubbaru ci ficiru i potti di ferru”(Dopo che S.Agata è stata derubata,è stata protetta con porte in ferro).Dentro la navata destra del duomo sorge una pesantissima ed altissima “ringhiera” che blocca l’accesso all’altare di S.Agata, dove nella sinistra vi si scorge una porticina anche essa in ferro, che dà in una specie di nicchia detta la “Cammaredda” della Santa. Si apre con due chiavi che sono in possesso, una dell’arcivescovado e l’altra del comune. Ebbene le credenze popolari hanno messo in giro anche la leggenda che oltre la ringhiera e la porticina descritta, vi siano ancora 5 porte di vario spessore, con una molteplicità di catenacci e fermature prima di arrivare alla famosa stanzetta.
Ancora oggi, durante i festeggiamenti qualche padre o nonno riporta ai figli o nipoti tale leggenda, ritenendola invece “notizia storica” reale. Davanti al Sacro Carcere, dirimpetto alla finestra della cella di S.Agata, vi è un aiuola con un olivo, in ricordo di un’altra leggenda riguardante S.Agata: “ Ella,ferita, giaceva a terra nella cella, era tormentata dal sole tutto giorno implacabilmente, e dai freddi venti di tramontana durante le ore della notte. Vi era sotto le mura del carcere, un vecchissimo olivo ormai secco e logoro che non produceva più da tempo nè foglie ne frutti, e doveva essere abbattuto”. Si narra che per alleviare le sofferenze di S.Agata l’olivo improvvisamente, stese i suoi secchi rami fino alla finestra della cella, ricoprendoli di giovani foglie creando una barriera d’ombra ai raggi del sole,e produsse qualche frutto con lo scopo di sfamare la giovinetta. Per questo a Catania i giorni della festa di S.Agata si preparano le Olivette di S.Agata, fatte di marzapane ,ovviamente con la forma e il colore dell’oliva.
Nel corso dei secoli, solo gli uomini potevano trainare i canapi del fercolo e soltanto da poco tempo è consentito alle donne partecipare ma le donne avevano, in tempi antichi, un rapporto diverso con la festa. Pur essendo escluse, di fatto, dalla partecipazione attiva, avevano escogitato un bel modo per partecipare alla festa. Andavano vestite con un sacco che lasciava libero un solo occhio , potevano muoversi liberamente e ricevere molti doni. Erano chiamate “Le Intuppatedde” (le chiuse,otturate) in quanto potevano vedre tutto ma, così vestite, non potendo essere riconosciute, non perdevano rispettabilità e decoro, pur divertendosi. Tali figure sono sopravvissute fino alla metà dell’Ottocento, quando hanno trasformato lo scopo di quel travestimento: solo le ragazze da marito si agghindavano in quel modo, andando per le vie della città in festa, lontano dalla processione, a “stuzzicare” i giovanotti maritabili ,avendo il vantaggio di non essere riconosciute. Talvolta si stuzzicava il proprio fratello, che inconsapevole “subiva” dalla propria sorella delle piccole angherie, magari per ripagare un torto subito.


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