Piazza Plebiscito a Napoli: “Così com’è non serve a nulla, bisogna trasformarla” [FOTO]

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Ubicata nel centro storico di Napoli, tra il lungomare e via Toledo, con una superficie di circa 25mila metri quadrati, piazza Plebiscito è annoverabile tra le più grandi piazze d’Italia. Per secoli non è stato altro che uno slargo irregolare, dove si svolgevano le feste popolari. Solo dal XVII secolo fu gradatamente “regolarizzata”, soprattutto dopo la costruzione del nuovo palazzo Reale, ad opera di Domenico Fontana. A questa graduale trasformazione si succedettero, dalla metà del Settecento in poi, interventi sempre più radicali, attuati da architetti già impegnati nell’edificazione del prospiciente Palazzo Reale. All’inizio dell’Ottocento, poi, ovvero durante il periodo napoleonico, la piazza cambiò completamente volto, diventando ciò che è oggi.

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Immagine storica di Piazza Plebiscito

Ebbene, già qualche anno fa l’architetto napoletano Nicola Pagliara aveva in mente, per la famigerata piazza, un progetto di ristrutturazione che ne avrebbe stravolto, valorizzandola, la visione d’insieme. Già nel 2013, in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno, Pagliara aveva espresso chiaramente le sue idee in merito: «Mi sono stancato di sentire tante stupidaggini su piazza Plebiscito» dopo che Bassolino l’ha sgombrata dalle auto, è diventata «un vuoto insopportabile. Il sottoportico non può essere oggetto di progetti ambiziosi ma inattuabili, altrimenti rischia di restare solo uno sversatoio di escrementi. I baretti lì sotto non possono funzionare. Il porticato ha una profondità di soli tre metri, troppo pochi per riempirli di tavolini. E se questi venissero davvero alloggiati in piazza, come immaginare i camerieri che salgono e scendono quegli scalini troppo alti con i vassoi in mano? Inoltre c’è un altro problema: il portico è insopportabile, l’architetto svizzero Pietro Bianchi di Lugano che lo realizzò sbagliò senz’altro la prospettiva – rincara la dose Pagliara – È un portico fatto male, schiacciato, basso, non ha l’imponenza del colonnato berniniano ed è una vera e propria briglia che contiene la città storica, quella del Pallonetto per capirci. Ma non è stato il solo errore in piazza del Plebiscito».

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Il progetto di Pagliara per piazza Plebiscito

Gli errori, in piazza Plebiscito, sono diversi, numerosi ed evidenti, secondo Pagliara: «Una follia: distruggere il Largo di Palazzo. E poi, ripeto, così com’è la piazza non serve a nulla. Non la si può riempire con le persone, non la si può attraversare d’estate per il caldo e per la mancanza di ombra e in inverno per il vento e l’assenza di ripari. Ma non deve essere riempita nemmeno con funzioni che non sono adatte al luogo, come la ristorazione e i bar a cui accennavo prima». E il professore dell’Università Federico II ha le idee ben chiare: «Bisogna recuperare una visione sette-ottocentesca della piazza e trasformarla in un parterre en broderie», ovvero un giardino “a ricamo” o simmetrico. «È l’unica possibile destinazione di una piazza che vuole essere l’emblema di Napoli ma va arricchita con qualche qualità d’immagine, con un intervento molto delicato, senza strafare. Quando sono andato a presentare la mia proposta al sovrintendente Cozzolino ho osservati la piazza dagli uffici di Palazzo Reale e me la sono immaginata proprio come un piccolo pezzetto di Versailles. Un sogno». E già all’epoca dell’intervista, Pagliara aveva presentato la proposta a Cozzolino e al sindaco de Magistris, ma come l’architetto stesso ha dichiarato: «Pare sia piaciuta molto, ma tra qui e la possibile realizzazione ce ne passa».

piazza-plebiscito1L’ambizioso progetto progetto del decano degli architetti napoletani, nato nel 1933, prevede anche che «l‘edificio della Prefettura dovrebbe diventare un albergo a sei stelle, mentre nel palazzo Salerno, di fronte, vedrei bene una casa della musica, perché ci sono sale grandi e piccole. Immagino un museo interattivo, tutto dedicato a questa grande risorsa della cultura napoletana. Penso al contrario che la politica colta deve avere il coraggio di osare nell’immaginario; questa è l’unica possibilità di salvezza».