È trascorso esattamente un anno da quel 25 aprile 2015, quando una scossa di terremoto di 7,8 magnitudo, con epicentro a circa 34 km a est-sud-est di Lamjung, in Nepal, causò più di 8.000 morti e gravissimi danni non solo nel Paese, ma anche nelle zone himalayane di India, Cina, Bangladesh e Pakistan. Si trattò di un evento sismico di rara imponenza, il più violento mai registrato dal 1934. Incalcolabili i danni, che comprendono parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO e più di un milione di case. Il sisma fu così violento da provocare una valanga sul monte Everest, a circa 220 km ad est dell’epicentro: evento che causò, a sua volta, la morte di 17 persone, tra cui tre speleologi e guide alpine di Trento. Le scosse di assestamento continuarono fino al 12 maggio, continuando a causare gravi danni.
Oggi, a un anno di distanza, il terremoto in Nepal continua a sortire i suoi effetti: la ricostruzione non è ancora iniziata e il 54% della popolazione sfollata vive in ricoveri temporanei. Una situazione a cui varie organizzazioni (ActionAid, CESVI, GVC, Intersos, Oxfam, per fare qualche esempio), anche con il supporto economico di privati cittadini, stanno cercando di porre rimedio.


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