Domenica si vota! Si vota? Icchè si vota!? C’è i Referendum! I Referendum? Su icchè!?

di Paolo Chiarini * – C’è una grande disinformazione, il boicottaggio governativo, la conseguente confusione e superficialità mediatica, ricercate a proprio interesse, offuscano e deviano dalla realtà. Nell’informarmi in modo autonomo e fare chiarezza per me stesso, vagliando le notizie che girano in rete, potendole anche valutare da ingegnere ambientale ma soprattutto con un pensiero ragionato, approfitto per riportare una raccolta di informazioni e osservazioni in merito al quesito referendario, nell’intento di apportare un contributo e far cosa gradita a qualcuno.

referendum trivelle 17 aprile 2016 italia voto (10)Questa Domenica 17 Aprile siamo chiamati ad esprimerci, mediante Referendum, sull’abrogazione o meno della norma che concede di protrarre le concessioni per l’estrazione di idrocarburi, entro le 12 miglia dalla costa italiana (circa 20km), fino all’esaurimento dei giacimenti. La normativa a cui ci si riferisce è il D.lgs n. 152 del 2006 “Norme in materia ambientale” ed in particolare l’art. 6, comma 17, in quanto sostituito dal comma 239 dell’art 1 della legge n. 208 del 28 dicembre 2015 “Legge di Stabilità 2016”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.
referendum1La modifica apportata dall’attuale “legge di stabilità” mantiene il divieto già prescritto dalla precedente normativa, in riguardo a nuove concessioni per l’estrazione nella fascia costiera, ma ne permette l’estrazione fino ad esaurimento del giacimento a chi già le detiene! Una concessione ha una durata di 30 anni e può essere prolungata di altri 10 e in seguito 5 più altri 5. Per cui se il referendum, mediante la scelta del Si, approverà l’abrogazione, le concessioni attualmente in vigore giungeranno alla naturale scadenza prevista dal normale iter temporale, senza poter essere rinnovate ulteriormente, dato il divieto sancito nella normativa all’interno della fascia costiera.
referendum trivelleIl referendum riguarda quindi le concessioni per i pozzi petroliferi offshore compresi nella fascia costiera entro le 12 miglia e si riferisce solo alle concessioni già in essere, in quanto nuove perforazioni in tale raggio sono proibite da legge. Niente cambia quindi per quelle oltre tale limite e per quelle terrestri. Il nocciolo della questione si concentra sul fatto di stabilire se sia corretto o meno garantire alle concessioni già esistenti, di poter continuare l’estrazione a vita utile del giacimento, oppure proseguire fino alla naturale scadenza del normale periodo di concessione, dato che vige un divieto a nuove perforazioni, in tale fascia di rispetto (Si, per limitarne il tempo alla normale scadenza, No, per tempo illimitato su una fascia vietata). Il referendum, apparentemente tecnico e settoriale, racchiude una valenza di ben più ampio interesse in materia ambientale, che riguarda le scelte energetiche, lo sfruttamento del territorio e delle risorse, la sostenibilità ambientale e il passaggio graduale a fonti rinnovabili. Può fornire quindi anche un valore di indirizzo al governo, facendo riflettere sul modello di sviluppo energetico ed economico utile all’Italia e fare passi verso le energia alternative, rinnovabili e sostenibili, come in altri paesi europei.
referendum trivelle 17 aprile 2016 italia voto (1)Ma vediamo gli aspetti più importanti che si celano dietro l’apparente semplice questione di carattere tecnico-ambientale, che mediante una legislazione industriale, riguarda un settore geologico-ingegneristico con riflesso socio-politico, fino a giungere ad un impronta economico-turistico che riguarda tutti e su cui si discute e dibatte animatamente. Il primo grande dibattito sul Referendum dovrebbe essere il fatto che non c’è informazione, ed essendo pure un argomento molto tecnico riguardante aspetti legislativi in tema ambientale, meriterebbe già di per sé una adeguata trattazione, al fine di rendere la maggioranza dei cittadini consapevoli delle loro scelte referendarie a partire dalla loro partecipazione. L’informazione dovrebbe inoltre essere obiettiva e trattata a partire dalle reti pubbliche, che tra l’altro sono sovvenzionate da denaro pubblico proveniente dal canone, ad ampio spettro, così da raggiungere tutte le classi sociali, al fine di fare chiarezza in modo semplice e comprensibile, ma tecnicamente ed eticamente corretta. Invece si cerca di boicottare, disinformando e confondendo maggiormente le idee a chi già non le ha e a chi volesse farsele non gli viene permesso, depistandolo con fuorvianti metodi e dialettiche.
referendum trivelle 17 aprile 2016 italia voto (11)Il Referendum rappresenta il più importante strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione e viene richiesto normalmente mediante la raccolta di firme da parte di associazioni o comitati di cittadini. Affinché l’esito del referendum sia valido, è richiesta la partecipazione al voto di almeno la metà degli aventi diritto. In questo caso la consultazione referendaria è stata richiesta direttamente dai Consigli di 10 Regioni, preoccupate per le conseguenze economiche, turistiche e ambientali derivanti dalle attività di sfruttamento degli idrocarburi. Le cui Giunte sono in gran parte con maggioranza di centro sinistra. Aspetto importante in quanto è lo stesso partito di governo del presidente del Consiglio che ha invocato all’astensionismo, provocando diverse discussioni sull’illegittimità del messaggio lanciato oltre ad andare contro gli stessi Enti Territoriali che lo hanno richiesto. Inoltre, il Governo ha optato per la divisione delle consultazioni rispetto al possibile accorpamento alle elezioni amministrative di giugno e ciò comporta una spesa aggiuntiva di circa 400 milioni di euro, un limitato tempo di campagna informativa oltre a sfavorire la partecipazione elettorale e quindi il raggiungimento del quorum.
referendum trivelle 17 aprile 2016 italia voto (2)Chiariamo quindi il contesto e i contenuti del quesito referendario. Non siamo chiamati ad esprimerci sul Si o No all’estrazione di idrocarburi, in quanto niente cambia per le piattaforme oltre le 12 miglia e i pozzi su terraferma. Neanche sul permettere o meno la realizzazione di altre trivellazioni entro le 12 miglia in quanto la normativa in questione prevedeva già il divieto di avviare nuove attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi entro tale fascia. Bensì sulla durata delle concessioni per quelle già esistenti, decidendo se consentire a tali impianti esistenti, all’interno della fascia costiera interdetta, di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento o terminare l’estrazione alla scadenza della concessione. Normalmente si rilascia una concessione estrattiva temporale, così che alla scadenza si possa valutare se opportuno rinnovarla o meno in base alle disponibilità, se l’attività viene svolta a norma di legge, se le valutazioni di impatto ambientale sono sostenibili e se vengono adottate tutte le precauzioni di sicurezza e di salvaguardia dell’ambiente, limitando l’inquinamento delle matrici ambientali e tutelando la salubrità pubblica. Nessuna concessione di un bene dello stato infatti, può essere affidata a un privato senza limiti di tempo, fino a che convenga a quest’ultimo. Una concessione a vita del giacimento potrebbe comportare un regime di monopolio garantito, uno sfruttamento indiscriminato, soprattutto se non vi sono delle garanzie e precise indicazioni sulle modalità estrattive e obblighi sul ripristino ambientale conseguente la cessazione, una volta terminata l’attività. Va chiarito che la possibilità di sfruttare il giacimento fino a fine vita è stata introdotta dal governo Renzi pochi mesi fa, in contrasto con le regole europee sulle concessioni pubbliche, che devono essere sempre soggette a scadenza. Optando per il No (o se non si raggiunge il quorum), si confermerebbe l’attuale modifica introdotta dal governo, che permette alle attività petrolifere attualmente in corso di non avere scadenza e proseguire l’estrazione a vita, fino all’esaurimento del giacimento. La scelta del Si, indica invece la volontà di abolire la norma introdotta dal governo, tornando così alla precedente legge che prevedeva una durata massima prestabilita e quindi il proseguimento delle attività estrattive, fino alla graduale cessazione nel tempo delle autorizzazioni che andranno a scadere, con conseguente smantellamento degli impianti e ripristino ambientale. Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni ’70-80 e prolungheranno l’attività quegli impianti più recenti con la graduale cessazione dei pozzi nell’arco temporale 2018-2034.
referendum trivelle 17 aprile 2016 italia voto (1)Di quante concessioni si parla e qual è l’entità dell’estrazione. Le concessioni entro la fascia di interesse sono una decina, per circa una 30ina di pozzi, e i quantitativi di idrocarburi che vengono estratti sono all’incirca dell’ 1% di petrolio e del 3% di gas del fabbisogno nazionale. Si parla quindi di quantitativi irrisori, che non influiscono sul nostro approvvigionamento energetico. Al contrario, comportano un potenziale danno ambientale di entità molto rilevante che non merita correre il rischio, date le esiguità delle risorse estratte. Ossia, i costi, in termini di aggravio sulla collettività e ambiente, sono molto superiori rispetto ai benefici per la società. Soprattutto quando può diventare più conveniente sfruttare a tempo indeterminato, anche per l’estrazione di quantitativi ridotti, rispetto a sostenere il costo dello smantellamento degli impianti e del ripristino ambientale dei siti.
referendum-trivelle-5Gli addetti impiegati nel settore. La perdita dei posti di lavoro viene paventata dai più scaltri, perché fa breccia negli animi sensibili ma poco ragionevoli e lungimiranti. A livello internazionale il settore dell’oil e gas risulta in forte flessione e anche in Italia. Adottando una politica di riconversione delle attività estrattive fossili in attività sostenibili da un punto di vista ambientale, comporta sempre un aumento dei posti di lavoro, di maggior qualità e durata. Mediante un piano energetico che punta alle energie rinnovabili tutti gli addetti verrebbero reimpiegati nel nuovo settore oltre a richiedere nuove assunzioni in quanto i dati mostrano che attualmente vi sono più persone impiegate nel settore delle rinnovabili rispetto all’industria estrattiva di idrocarburi. Immaginate se venissero pure incentivate le energie rinnovabili anziché le fossili!? Ricordo ancora che le attività in questione comunque non cesseranno, ma proseguiranno fino alle normali scadenze delle concessioni rilasciate, vi sarà un trasferimento alle altre e infine poi la fase dello smantellamento delle piattaforme che richiede occupazione specializzata. Inoltre tali impianti andrebbero ugualmente a graduale esaurimento risorsa e quindi, se non subito, fra qualche anno si concluderebbe l’attività lavorativa ugualmente. Se quindi fin da adesso si prevedesse un nuovo piano di sviluppo con nuovi orizzonti temporali, si avrebbe nel mentre di un graduale esaurimento, un correlato graduale reimpiego, che non dipende dal referendum ma dalla mancanza di adeguate scelte politiche e strategie economiche. Cosa certa è che quei posti di lavoro non saranno garantiti e risultano irrisori rispetto agli interessi di tutti e dell’ambiente. Gli stessi che puntano il dito pensino anche, ai ben più lavoratori impiegati nel settore pesca, colture in mare e turismo balneare presenti su tutta la fascia costiera interessata e che risentono di un danno conseguente da queste attività. Loro non vanno tutelati? Non hanno gli stessi diritti!? I posti di lavoro devono essere tutelati quando l’attività lavorativa non comporta danni agli altri, allo sviluppo e al beneficio del paese. Non si può ostinatamente difendere un attività lavorativa solo per interesse di alcuni, quando altri o tutta la società ne deve pagare le conseguenze in termini di salute pubblica e salvaguardia dell’ambiente. Non sarebbe più logico incentivare e sovvenzionare le attività sostenibili che tendono alla produzione senza conseguenze e riscontri, anziché quelle che comportano esternalità negative!?
LaPresse/Vincenzo Livieri
LaPresse/Vincenzo Livieri

Gli incentivi alle risorse fossili. L’attività estrattiva non sarebbe così conveniente se non ci fossero numerose forme di sostegno e sussidi da parte degli Stati con incentivi lungo tutta la filiera, consumo incluso, e a cui devono essere aggiunti anche i costi delle conseguenze ambientali e sanitarie dell’utilizzo di idrocarburi e carbone, e i rischi potenziali che eventuali incidenti provocherebbero al mare, alla sua biodiversità, alla pesca e al turismo.

referendum trivelle1Arriviamo alle royalties, queste rappresentano il versamento di denaro da parte di chi intenda effettuare uno sfruttamento di un giacimento minerario verso lo Stato e/o le Regioni al fine di ottenere la concessione per l’estrazione della risorsa. In Italia le società petrolifere pagano il 7-10% di royalties, sembra che siano tra le più basse al mondo e spesso gli introiti non vengono neanche reinvestiti in salvaguardia e sviluppo futuro in risorse rinnovabili. In Norvegia e Russia arrivano all’80% e tra l’altro qui si pone molta attenzione alla salvaguardia della salute e dell’ambiente, si adottano adeguate regolamentazioni e controlli di efficienza oltre a prevedere una redistribuzione della ricchezza in benessere alla popolazione con sgravi e agevolazioni. In Croazia, di fronte a noi, sono del 50% e il governo croato ha di recente firmato una moratoria contro le nuove trivellazioni. Persino in Nuova Guinea del 25%. In Italia oltre ad essere così basse le compagnie estrattive hanno diritto a franchigie, ossia non versano nulla se estraggono meno di un certo quantitativo e se superano le soglie, scatta pure una detrazione. Ma rivendono il prodotto a prezzo pieno e non vi sono agevolazioni per la popolazione italiana, basti pensare alle innumerevoli accise sul carburante e gas alle pompe di distribuzione italiane dei carburanti. Le royalties che le società petrolifere devono pagare per estrarre gli idrocarburi sono anche legate all’andamento di mercato: se il prezzo del petrolio si abbassa, cala anche il loro gettito. Addirittura sono gratis le produzioni in regime di permesso di ricerca. A questo si aggiungono le detrazioni fiscali che le compagnie hanno sulle royalties versate alle Regioni. Almeno avessimo il vantaggio di avere gas e petrolio a prezzi vantaggiosi. Proprio quest’anno Enel ha aumentato la tariffazione e anche Eni sul gas, definendo un limite minimo per utenza. E allora dove sta il vantaggio per la popolazione italiana?
Pensiamo adesso ad un libero professionista o un piccolo imprenditore con alcune unità impiegate che porta avanti il suo lavoretto senza incidere su nessuno e in modo onesto e meritevole viene sobbarcato di una tassazione, che contemplando tutto l’indotto burocratico, a fine anno può arrivare a superare il 50% sul fatturato; se poi guadagna qualcosa di più del normale lo si vessa di controlli e ulteriori accertamenti fiscali. Pensiamo anche alla rendita finanziaria di un qualsiasi conto corrente bancario o prodotto di investimento la cui tassazione è stata portata sempre di recente dal governo, dal 20 al 26% e a cui, se si aggiungono commissioni, imposte e bolli, si va a superare facilmente il 30% di un eventuale rendita sul risparmio investito. E senza che questi creino ripercussioni sull’ambiente o verso gli altri. Pensiamo infine alla tassazione che è investito ciascuno di noi e poi facciamo i confronti!
referendumIn Italia le risorse sono scarse, di bassa qualità e difficili da estrarre, l’autonomia impossibile, il prezzo del barile è sceso ed è diminuita anche la produzione e il numero di pozzi negli ultimi 20 anni. Ma le condizioni troppo favorevoli concesse dallo Stato italiano con royalties così basse e incentivi alle fossili tanto vantaggiosi, richiama i petrolieri, anche compagnie straniere, ad investire in questo settore e svolgere la loro attività di estrazione, sospinti anche da procedure semplificate che favoriscono le prospezioni di ricerca. Con questo sistema succede, se il tempo di concessione diventa illimitato, che si può stare sotto franchigia ed estrarre la risorsa gratuita, ma anche, che conviene di più mantenere in vita l’impianto, con produzione limitatissima, rispetto a sostenere il costo dello smantellamento e del ripristino ambientale. E chi lo smaltirà un giorno ed effettuerà la bonifica? Quale sarà la manutenzione di impianti in queste condizioni di latenza e che garanzie di qualità, salvaguardia e sicurezza possono avere? Ecco che emerge uno dei principali motivi della manovra legislativa! Le compagnie che estraggono petrolio e gas hanno l’obbligo di legge di provvedere nella fase di dismissione al “decomissioning” ossia, alla rimozione, smantellamento e messa in sicurezza delle piattaforme, dei pozzi e delle infrastrutture connesse con la loro attività, nonché procedere alle attività di bonifica e di ripristino ambientale dell’area. Proprio il contrario effetto viene prodotto da questa norma, che prolungando l’attività fino ad esaurimento risorsa può permettere così di evitare lo smantellamento, oneroso, tramandandolo ai posteri.
Con il Sì, abbiamo molte più garanzie che ciò avvenga, perché le compagnie allo scadere delle concessioni sono obbligate al ripristino dei luoghi. Se vince il No, invece, visto che le attività andranno avanti fino a vita utile del giacimento e quindi di fatto fino a quando lo vorranno loro, si rischia che le strutture rimangano in mare fino a non si sa quando, perché a quel punto i concessionari potrebbero sempre sostenere di non aver ancora finito di sfruttare il giacimento e lasciarle lì, chissà, per sempre. Il Sì serve anche ad avere garanzia e controllo su questo aspetto.
Abbiamo quindi un Paese dove la collettività non ci guadagna niente, i posti di lavoro creati sono pochi, rischiosi e a rischio e i conti delle Regioni hanno scarsi benefici. Si gravano i territori con impatti ambientali da sanare, spesso si producono esternalità negative su ambiente, salute pubblica e tutte le altre attività commerciali come pesca e turismo, con un riscontro su tutta la società.
Per tutti questi motivi ben argomentati e ampiamente trattati, la mia posizione è Sì.
Paolo Chiarini, ingegnere