Scandalo petrolio: tra i dipendenti solo “sei casi di tumore, tutti non correlabili all’impianto”

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Nelle sue attività al Centro Oli di Viggiano (Potenza), al centro dello scandalo causato dall’inchiesta sul petrolio in Basilicata, l’Eni ha sempre agito “nel pieno rispetto della legge“. A confermarlo “tutte le operazioni” effettuate in materia “qualità dell’ambiente, corrette procedure di reiniezione e stato di salute dei dipendenti“. Lo hanno dichiarato questa mattina, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Potenza, gli esperti consultati dall’Eni per giudicare le sue attività.

La reiniezione delle acque estratte insieme al petrolio dai giacimenti della Val d’Agri, in Basilicata, è “di gran lunga l’opzione preferita nel mondo in termini di impatto ambientale” ed è avvenuta sempre dietro autorizzazioni degli enti interessati: nel pozzo “Costa Molina 2“, sotto sequestro dal 31 marzo, a Montemurro (Potenza), l’Eni ha rispettato “prescrizioni maggiormente restrittive in termini di tutela ambientale delle corrispondenti normative internazionali“. Lo hanno detto gli esperti consultati dall’Eni per valutare le procedure seguite in Val d’Agri. A Viggiano la reiniezione avviene in base a un’autorizzazione del 2013, ma altre autorizzazioni erano state date a partire dal 2001, anche se l’effettiva reiniezione delle acque è avvenuta a partire dal 2006 “perché prima – è stato spiegato – i quantitativi di acqua erano così bassi da consigliare il loro smaltimento“.

I dati ci danno tranquillità“: lo ha dichiarato il capo dell’Ufficio legale dell’Eni, Massimo Mantovani, rispondendo a una domanda dei giornalisti dopo la presentazione dei dati sull’attività dell’Eni al Cova di Viggiano. Il giudizio è da mettere in relazione all’udienza del Tribunale del Riesame prevista per venerdì: “Ciò che succede a Viggiano, succede in tutto il mondo“, aveva detto Mantovani all’inizio della conferenza stampa. Dall’esame di 688 cartelle sanitarie e di rischio è emerso che “oltre il 90 per cento dei lavoratori dell’Eni in Val d’Agri è in sostanziale buona salute. L’analisi complessiva delle cartelle dei dipendenti in forza sia nel Centro Oli di Viggiano sia nelle aree di pozzo ha evidenziato sei casi di tumore, tutti non correlabili ai fattori di rischio espositivi presenti nell’impianto“. Lo hanno detto i consulenti interpellati dall’Eni per analizzare le procedure seguite dalla compagnia nei suoi impianti. Dei sei casi di tumore – è stato specificato – tre sono insorti in età adolescenziale, uno è un caso di melanoma, uno di tumore alle corde vocali e uno è un basalioma, una forma di tumore della pelle.

Il dato emerso dall’indagine sulla salute dei dipendenti, dal 1998 al 2015, è giudicato dall’Eni “altamente significativo perché fornisce una rappresentazione di chi è maggiormente esposto a rischio cancerogeno, dando quindi un’utile chiave di confronto con il dato sanitario intorno allo stabilimento“. L’Eni ha ricordato che solo in Italia dal 2009 al 2015 gli investimenti in salute, sicurezza e ambiente sono stati pari a 6,1 miliardi di euro e che aumenteranno nei prossimi quattro anni per “ulteriori 3,4 miliardi“. Inoltre nell’indagine sul Centro Olii di Viggiano “non sono emerse prove di un inquinamento delle acque di falda“. Lo ha detto il comandante dei carabinieri del Noe di Potenza, il capitano Luigi Vaglio, riferendo a Roma alla Commissione bicamerale sulle ecomafie. “La fuoriuscita di acqua nei pressi del pozzo di reiniezione di Costa Molina 2, che era stata segnalata da cittadini, dalle perizie è risultata proveniente da polle sotterranee e non riconducibile al pozzo“, ha aggiunto Vaglio.