«A 50 anni dall’alluvione di Firenze, molto è stato fatto per evitare simili eventi, ma ancora oggi si lamenta scarsità di programmazione e la situazione sul fronte dissesto non è delle migliori». è quanto ha sottolineato oggi, la presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana, Maria Teresa Fagioli, nell’intervento al convegno “Le alluvioni, l’alluvione” che si è tenuto a Firenze.
Passare dalla logica dell’emergenza a quella della programmazione. «Con i Piani di Assetto Idraulico (Pai) in teoria doveva finire l’era del perenne ricorso all’emergenza derivante da calamità naturale e iniziare quella della gestione. Si sarebbe dovuto passare dalla logica dell’emergenza, derivante da decenni di non governo del territorio, alla normalità della programmazione. Il Piano di gestione alluvioni, seppur sovrapponendosi parzialmente ai Pai per quanto riguarda le problematiche inerenti il rischio idraulico, riafferma con ancora maggior forza il criterio, estendibile di fatto anche al rischio da frana, che gli eventi estremi si gestiscono attraverso la loro conoscenza, ed introduce appunto il concetto che non sempre si può difendere tutto e non tutto, a volte, è opportuno e necessario difendere».
Non sempre si può difendere, allora occorre delocalizzare. Deve essere preso in seria considerazione il concetto di delocalizzare quando non vale la pena difendere. «Le opere mitigano il rischio, non lo azzerano resta sempre un rischio residuo, che deve essere accettabile per quanto si intende proteggere. Costruire opere di difesa, è costoso ed un analisi costi benefici deve per forza, per una buona gestione, essere tenuta in conto. Non vale la pena difendere con interventi costosi ciò che ha un valore bassissimo. Da qui l’impopolare ma talvolta necessaria scelta di delocalizzare, ha senso difendersi solo dove il rischio è davvero minimizzabile e dove la delocalizzazione non è possibile. Ad esempio Genova o Firenze, ma anche Ventimiglia o Amalfi, vanno difese e non possono essere delocalizzate. E la scelta della difesa di Firenze impone spesso rischi maggiori per chi sta intorno».
Non tutto è dissesto. Quello che deve essere ben chiaro è il concetto di dissesto. «Il dissesto è l’interferenza tra i processi naturali e gli insediamenti umani. Nel bacino dell’Arno sono censite, ad oggi, circa 30mila frane tra attive, quiescenti e non attive. Di queste meno del 10% incide su insediamenti o infrastrutture. E solo per queste è corretto parlare di dissesto. Quindi il dissesto esiste lì dove è percepito come danno ai beni o minaccia all’incolumità delle persone».
Non solo approccio ingegneristico per realizzare le opere. «Molte volte le regole della pianificazione e dell’assetto idrogeomorfologico non sono rispettivamente comprese, e l’approccio puramente ingegneristico ha fatto e continua a fare grandi danni. Quando poi si realizzano opere ingegneristiche si fa sempre riferimento a scenari sintetici, ma la probabilità che quello specifico scenario di progetto si realizzi, con quella esatta catena di eventi è E poi lo scenario ben di rado contempla eventi localizzati ed intensi le flash flood (Aulla, il Mugnone, per intenderci o il Bisagno a Genova, o Marina di Campo nell’Elba, o Albinia, l’elenco sarebbe infinito), legati ad eventi di pioggia diversi».
Una soluzione, la gestione. «Certo non può esistere una regola unica, da applicare a scala nazionale o regionale, nel contrastare il rischio idrogeomorfologico. Si parla gestione e quindi si tratta di trovare quel giusto mix, supportato da una robusta analisi costi-benefici, tra interventi strutturali, non strutturali (governo del territorio) e le scelte di sviluppo economico».


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