Dossier Legambiente: Italia promossa sulle politiche di gestione della biodiversità

MeteoWeb

Camosci, lupi e farfalle. Ci sono anche loro tra il made in Italy migliore. E possiamo andare fieri delle politiche di conservazione e gestione di questi animali messe in campo negli ultimi anni nel nostro Paese. E’ questo il dato che emerge dal dossier di Legambiente pubblicato per la giornata mondiale della biodiversità che si celebra domani, con un’analisi sullo stato della tutela della biodiversità in Italia. I risultati conseguiti sono, infatti, decisamente positivi. La Commissione europea ha selezionato il progetto di tutela del camoscio appenninico tra i migliori progetti Life Natura terminati nel 2015 e ci sono oggi più di 2000 esemplari distribuiti nei Parchi dell’Appennino centrale. Il lupo è tornato in territori dai quali sembrava scomparso e sebbene non sia ancora fuori pericolo, non rischia più l’estinzione. L’Italia è il Paese europeo più ricco di farfalle, con 289 specie ‘contate’. In particolare, la Sardegna e l’Arcipelago toscano ospitano numerose specie endemiche, cioè che non vivono in nessun altro luogo al mondo, e molte farfalle tipiche del continente si aggiungono alle faune insulari creando combinazioni uniche di specie. Un quadro di cui siamo a conoscenza grazie a 15 anni di studio con la partecipazione di diversi enti pubblici. Occorre però andare avanti, imparare a replicare le esperienze positive e fare di più, perché nonostante gli sforzi di conservazione messi in atto, lo stato complessivo della biodiversità italiana si è deteriorato. “La tutela della fauna selvatica – sottolinea Rossella Muroni, presidente di Legambiente – non è mai facile né scontata, ma a guardare i risultati raggiunti in Italia possiamo dire di essere stati bravi“. Il dossier di Legambiente presenta anche il quadro dello stato della biodiversità in Italia. L’Italia ospita circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa. La fauna è stimata in oltre 58.000 specie, di cui circa 55.000 di invertebrati (95%), 1812 di protozoi (3%) e 1265 di vertebrati (2%). La flora è costituita da oltre 6.700 specie di piante vascolari (di cui il 15% endemiche), 851 di muschi e 279 epatiche. Per quanto riguarda i funghi, sono conosciute circa 20.000 specie di macromiceti e mixomiceti (funghi visibili a occhio nudo). Secondo i dati riportati da ‘Lo stato della biodiversità in Italia’, realizzato nel 2015 dal Comitato Italiano Iucn, in collaborazione con Federparchi e con il ministero dell’ambiente, sono a rischio di estinzione 596 delle specie campionate, pari a oltre un quinto del totale. Il trend della conservazione degli uccelli e dei mammiferi in Italia è in linea con quello globale. Il 25% dei mammiferi del pianeta rischia di scomparire nel giro di pochi anni, ma l’andamento del loro status è contraddittorio. Diverse specie oggi si trovano in condizioni nettamente migliori rispetto a 30 anni fa, grazie soprattutto alla corretta gestione delle popolazioni nelle aree protette. Per altre, invece, la situazione è nettamente peggiorata, come per esempio per i pipistrelli, a causa del degrado degli ambienti che essi frequentano e di un interesse solo recente per la loro conservazione. Un altro aspetto preoccupante è che per 376 specie, in particolare invertebrati o animali di ambiente marino, il rischio di estinzione è ignoto. Questo dimostra che sebbene la biodiversità nel nostro Paese sia relativamente ben studiata, rileva il Legambiente, ancora molto resta da scoprire e imparare. Tra i punti critici spicca il sovra sfruttamento degli stock ittici. Attualmente i 7 miliardi di abitanti della Terra occupano il 30% della superficie e dipendono dal rimanente 70%, costituito da mari e oceani che, oltre a essere una grossa riserva di biodiversità, sono la più importante fonte di cibo al mondo. Le catture globali annue di pesci, crostacei, molluschi e altri animali acquatici sono aumentate fino a raggiungere i 93,4 milioni di tonnellate nel 2014. A questo dato, però, mancherebbe circa un terzo delle quantità di pesci realmente pescati in tutto il mondo, perché non tiene conto di pesca artigianale, illegale e ‘sportiva’. Per il Mediterraneo, la situazione è ancora più allarmante: il 96% degli stock ittici è troppo sfruttato, e la pressione supera fino a nove volte il rendimento massimo sostenibile, soprattutto in Spagna, Francia, Croazia e Italia. Tra il 1950 e il 2010, le catture nel Mediterraneo, con picchi massimi registrati negli anni 90, risulterebbero superiori del 50% rispetto alle statistiche ufficiali. In Italia, si arriverebbe addirittura a 2,6 volte, di cui il 54% proveniente dalla pesca illegale realizzata anche con reti ferrettare e spadare.