Voragine Firenze: il tubo non è l’unico colpevole, forse anche la pioggia lo è

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Nonostante sia stato accertato che il tubo dell’acquedotto rotto sia la causa della voragine apertasi di notte in lungarno Torrigiani a Firenze, accanto a Ponte Vecchio, nel pieno della città monumentale e turistica. I geologi, come riporta Michele Giuntini dell’Ansa, si interrogano se non siano intervenute altre cause come le piogge dei giorni scorsi. Piogge che potrebbero aver causato una infiltrazione di acqua nel sottosuolo. A Firenze, il Consiglio nazionale dei Geologi ha inviato un suo membro, Alessandra Biserna, che spiega come il cedimento della tubatura potrebbe esser stato il ‘colpo di grazia’ alla tenuta del lungarno, al culmine di un’azione progressiva partita da tempo. Prima lentamente, poi la notte scorsa in modo brusco e scenografico.

Per il crollo, al momento, la causa piu’ accreditabile risulta la rottura di una tubatura idrica. Quasi sicuramente e’ un fenomeno legato alle infrastrutture idriche, visto che in Italia c’e’ una rete fatiscente di parecchi decenni fa“, dice il consigliere nazionale Biserna. “Ma – aggiunge l’esperta – non e’ da escludere che ci sia stata un’eccessiva concentrazione di acqua nel terreno tale da causarne il collasso“. “Non sarebbe da escludere – prosegue – che abbiano influito infiltrazioni d’acqua, per le piogge dei giorni scorsi, che possono aver alterato lo stato del sottosuolo facendo perdere capacita’ di resistenza ai terreni e provocando i primi cedimenti alle tubature idriche. E forse ci potrebbe esser stato qualche segnale non rilevato“. La rottura del tubo avrebbe dato il colpo di grazia a una situazione in crescendo. Per il presidente nazionale dei Geologi Francesco Peduto “se e’ comunque da accertare se si e’ trattato solo di scarsa o cattiva manutenzione, andrebbero anche individuati i punti particolarmente sensibili della rete idrica da sottoporre a controllo continuo e monitoraggio strumentale“.

La voragine in lungarno Torrigiani è lunga circa un centinaio di metri e larga 10 per una frana da 3.000-3.500 metri cubi. Ogni metro cubo contiene circa 1,8 tonnellate di terra, che si è dislocata cioè è stata spinta dalla frana verso l’alveo dell’Arno.  Mentre vengono piazzati mini-radar, come fu fatto per la nave Concordia arenatasi al Giglio, in modo da cogliere eventuali movimenti di crollo (7 millimetri l’ora e’ la misura del pomeriggio), c’e’ chi suggerisce un sistema Iot (Internet of things), l’Internet fra le cose, con una rete di sensori collegati a una centrale da cui trarre in tempo utile l’allarme di eventuali cedimenti nel sottosuolo.