Desertificazione: dall’università di Sassari un progetto di recupero per le acque wadi

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Un progetto per sottrarre al deserto e all’evaporazione milioni di metri cubi di acqua che in modo repentino alimentano nel giro di due o tre settimane i wadi, corsi d’acqua periodici ed effimeri tipici delle zone aride, con la ricarica artificiale dei bacini. E’ il Wadis-Mar (Water harvesting and Agricultural techniques in Dry lands: an Integrated and Sustainable model in MAghreb Regions), ideato dal Nucleo di ricerca sulla desertificazione dell’università di Sassari, i cui risultati sono stati illustrati dal coordinatore Giorgio Ghiglieri, professore di Idrogeologia dell’ateneo di Cagliari nel corso di un seminario che ha richiamato nella città del Nord Sardegna studiosi ed esperti da varie parti del mondfo.

Tra questi Andrew H. Manning dell’US Geological Survey, Rudy Rossetto della Scuola Sant’Anna di Pisa, Daniel Tsegai della UNCCD (Organizzazione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione), Wail Benjelloun, presidente di UNIMED (Unione delle Universita’ del Mediterraneo), Wafa Essahli, presidente del network “Desertnet international“, Grammenos Mastrojeni, consigliere d’ambasciata e focal point italiano all’UNCCD. Il progetto nasce da un’intuizione del presidente del comitato scientifico dell’Ndr, Fabio Enne, ed e’ partito quattro anni e mezzo fa coinvolgendo la Universitat de Barcelona (UB), l’Observatoire du Sahara et du Sahel (OSS) di Tunisi, l’Institut des Regions Arides (IRA) di Medenine, in Tunisia, e l’Agence Nationale des Ressources Hydrauliques (ANRH) di Algeri.

Obiettivo era arrivare a un modello integrato, sostenibile e partecipato di raccolta dell’acqua e della sua gestione in agricoltura nelle due regioni magrebine di Oued Biskra, in Algeria, e di Oum Zessar, in Tunisia, caratterizzate da scarsità della risorsa idrica, sovrasfruttamento delle acque sotterranee e un’elevata vulnerabilità ai rischi legati ai cambiamenti climatici. Tra le diverse strategie possibili, il progetto Wadis-Mar si inserisce come un modello di cosi’ detta “buona prassi. “Quel che serve – spiega Giorgio Ghiglieri e’ un ampio spettro di azioni mirato a cambiare non solo le modalita’ di gestione, ma anche la cultura su questo prezioso bene, che e’ limitato“. Nelle due aree in cui e’ stato realizzato, Wadis-Mar, tenendo conto delle esperienze maturate dalla tradizione locale, dopo aver studiato la composizione idrogeologica del territorio, si e’ passati all’analisi del possibile utilizzo di alcune acque sotterranee per tutti gli usi. Attraverso un grande sforzo di ricerca multidisciplinare sono inoltre state individuati due acquiferi, cioe’ due serbatoi d’acqua naturali, in cui effettuare degli interventi di ricarica artificiale. Tali interventi hanno visto l’utilizzo di sistemi MAR (Managed Aquifer Recharge), progettati per catturare le acque superficiali degli wadi e conservarle nel sottosuolo, in modo da aumentare la disponibilità delle risorse idriche sotterranee e ridurre l’evaporazione.