Una nuova arma contro la leucemia linfatica cronica, per trattare anche i pazienti che hanno appena avuto una diagnosi, come prima opzione di cura. La notizia arriva dal congresso della Società europea di ematologia, in corso a Copenhagen, dopo il via libera dell’Europa alla nuova indicazione per ibrutinib, farmaco orale intelligente prodotto da Janssen. La leucemia linfatica cronica (Cll) è la più diffusa fra le leucemie, con 5,87 casi annui nel’uomo e a 4,01 casi nelle donne ogni 100.000 abitanti in Europa, è una sopravvivenza che va da 18 mesi a oltre 10 anni a seconda dello stadio di malattia al momento della diagnosi.
La nuova approvazione europea di ibrutinib, “alternativo alla chemio – ha spiegato Paolo Ghia, professore associato di Medicina interna all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano – rappresenta un rivoluzionario passo in avanti per una cura che per la prima volta permette di trattare senza chemioterapia i pazienti con Cll al momento della prima progressione di malattia”. Ibrutinib era finora indicato per il trattamento di pazienti adulti con leucemia linfatica cronica che avevano ricevuto almeno una precedente terapia o in prima linea, ma solo in presenza di particolari alterazioni genetiche, la delezione del 17p o la mutazione TP53, tipicamente associate a esiti sfavorevoli del trattamento per i quali una chemio-immunoterapia non era appropriata; e ancora in pazienti adulti con linfoma mantellare (McLaren) recidivato o refrattario; con macroglobulinemia di Waldenström (Wn) sottoposti ad almeno una precedente terapia, o in prima linea nei pazienti per i quali una chemio-immunoterapia non è appropriata.
L’ok europeo alla nuova indicazione arriva sulla base dei dati dello studio clinico di fase III Resonate-2, recentemente pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine‘. “I risultati dello studio Resonate-2 rilevano una elevata efficacia dell’ibrutinib – ha affermato Ghia – e al tempo stesso un’ottima tollerabilità se si considera la bassa percentuale di effetti collaterali severi e l’alta percentuale di pazienti, 87%, che al momento dell’analisi erano ancora in trattamento con questa molecola“. Secondo il trial, il tasso di sopravvivenza libera da progressione a 18 mesi è stato del 90% con ibrutinib, rispetto al 52% con il chemioterapico clorambucile. Il farmaco mirato, inoltre, ha prolungato significativamente la sopravvivenza globale, con un tasso di sopravvivenza a 24 mesi del 98%, in confronto all’85% degli altri.


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