Fuga dei cervelli, scienziato: contro il nepotismo valutare la produttività degli atenei

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Fatta la legge, trovato l’inganno. Così in questi anni non è cambiato quasi nulla. E la verità è che non mi sorprendono le parole del presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone“, secondo cui a provocare la fuga dei cervelli italiani è anche la corruzione negli atenei. A dirlo, con un po’ di amarezza, è Stefano Allesina, da 12 anni ‘cervello in fuga’. Allesina è professore del Dipartimento di Ecologia ed evoluzione dell’University of Chicago, dove è anche responsabile dell’Allesina Lab. E qualche anno fa ha firmato una ricerca pubblicata su una rivista internazionale, che ‘certificava’ il nepotismo nelle università italiane. “Da allora – spiega lo studioso raggiunto telefonicamente dall’Adnkronos Salute – sembra proprio che non sia cambiato nulla, e questo non mi sorprende. Dopo il clamore di questi giorni chiederanno leggi più dure, ma se si va indietro nel tempo scopriremo che è da secoli che le cose in Italia vanno in questo modo. Per cambiare davvero serve un intervento più radicale: occorre valutare la produttività degli atenei italiani. Prendano pure chi vogliono, se sono i più bravi la loro produttività schizzerà“. Se però nelle classifiche internazionali le nostre università non sono premiate, “uno dei problemi secondo me è che fanno tutte più o meno la stessa cosa. Non ci sono stimoli per selezionare atenei di punta, con caratteristiche distintive“. “Qui in America – prosegue – abbiamo atenei dedicati quasi solo all’insegnamento, altri specializzati in ricerca. Per frequentare l’University of Chicago si pagano circa 60.000 dollari l’anno, ma si ha in cambio un’offerta formativa di eccellenza e molto mirata. E prendiamo circa uno studente su 16 che fanno domanda“. Allesina si occupa, fra l’altro, di modelli ecologici, reti ecologiche, analisi dei dati, dinamiche di popolazione e di estinzione. E negli Stati Uniti è diventato papà di due bambini. “Vanno a scuola, e la scuola è dell’Università. Qui posso fare le mie ricerche e ricevo supporto. In effetti, non penso di rientrare. Anche perché, dopo le cose che ho scritto, non credo che sarei, come si dice, persona gradita nelle università“, conclude lo studioso.