Sono molti i filosofi che se lo sono chiesto: l’uomo è naturalmente capace di uccidere un altro uomo o è l’ambiente a renderlo tale? Si tratta di una domanda fondamentale che ha impegnato non solo i filosofi, ma anche i sociologi, gli antropologi e gli psicologi per secoli. Thomas Hobbes, il pensatore inglese del XVII secolo, e Jean-Jacques Rousseau, filosofo francese, se ne sono occupati per quasi tutta la loro vita: il primo era dell’idea che l’uomo sia violento per natura, perché “è scritto nel Dna”, come diremmo oggi; il secondo invece era convinto che fosse l’ambiente a influenzarlo. Ora la scienza è forse riuscita a dare una risposta a questo enigma epico: secondo una ricerca infatti, la violenza letale appare “profondamente radicata” nel nostro patrimonio genetico.
Un gruppo di scienziati ha pubblicato lo studio sulla rivista scientifica Nature, nel quale hanno provato ad affrontare la questione da un altro punto di vista, ovvero quello della biologia evoluzionistica. La conclusione è stata che la natura violenta è stata ereditata dai nostri antenati più antichi e condivisa con altri primati. Ed è “profondamente radicata” nelle scimmie e nell’Homo Sapiens. “Un certo livello di violenza letale negli umani deriva dall’occupazione di una certa posizione in una discendenza particolarmente violenta del clado dei mammiferi“, spiega lo studio. Il clado è un termine della biologia per indicare un gruppo di organismi che discende da un comune antenato evolutivo. I ricercatori spagnoli hanno raccolto dati da oltre 4 milioni di morti in 1.024 specie mammifere di oggi e da più di 600 popolazioni umane dall’età della pietra – 50-100mila anni fa – fino ad oggi. Gli animali presi in esame rappresentano circa l’80% delle famiglie di mammiferi.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?