Medicina: studio made in Lombardia svela le “relazioni pericolose” cuore-cancro

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Un’associazione a delinquere“. Maria Frigerio, direttore del ‘De Gasperis Cardiocenter’ dell’ospedale Niguarda di Milano, usa questa formula per rendere l’idea delle ‘relazioni pericolose‘ fra malattie del cuore e cancro. Un tema sempre più emergente su cui un team di specialisti lombardi ha deciso di indagare e che sarà spunto di riflessione per gli oltre 1.200 medici del cuore riuniti in questi giorni (da oggi a giovedì 29 settembre) a Milano per lo storico Convegno di cardiologia del Centro De Gasperis, quest’anno al traguardo dei 50 anni. I dati preliminari che arrivano da un progetto di collaborazione fra oncologi e cardiologi, messo in piedi da Asst Grande ospedale metropolitano Niguarda e Asst di Melegnano e Martesana, mostrano le dimensioni del problema e le interazioni tra malattie del cuore, tumore, e terapie anticancro. Da un lato, spiegano gli esperti, va considerato che l’avanzare dell’età aumenta la probabilità di soffrire sia di malattie cardiovascolari sia di malattie neoplastiche e la presenza di cardiopatia può limitare l’impiego di trattamenti antitumorali di prima scelta. Dall’altro lato ci sono i farmaci anticancro che possono danneggiare anche un cuore sano, attraverso meccanismi diversi se si tratta di chemioterapici classici o dei nuovi farmaci ‘biologici’. Per saperne di più, sottolinea Frigerio, i camici bianchi delle due strutture hanno studiato in primo luogo i ricoveri ospedalieri successivi all’avvio della terapia in “oltre 111.800 pazienti trattati con farmaci oncologici in Lombardia tra il 2010 e il 2015“, con particolare attenzione ai ricoveri associati a eventi cardiovascolari maggiori (infarto, aritmie, scompenso di circolo, ictus, embolia polmonare). Dai dati raccolti è emerso che il tasso d’incidenza di eventi cardiovascolari vede un picco in concomitanza dell’avvio del trattamento oncologico (15 casi per mille), per poi andare incontro negli anni successivi a una riduzione sensibile che però non riporta ai valori pre-terapia (10 casi per mille contro 6). Ma quello che hanno osservato gli esperti è che l’incidenza inizia ad aumentare già prima dell’avvio delle cure, come se – ipotizzano – la stessa condizione neoplastica possa influire negativamente sull’equilibrio del sistema cardiovascolare. Questo, riflette Frigerio, “potrebbe voler dire che il tumore si porta dietro mediatori di danno cardiaco in misura maggiore rispetto a quanto pensassimo“. Secondo lo studio ‘made in Lombardia’, inoltre, non tutti gli eventi cardiovascolari mostrano lo stesso andamento in rapporto alla terapia oncologica: se la cardiopatia ischemica aumenta dal 9,6 al 10 per mille, l’incidenza di scompenso cardiaco ed embolia polmonare raddoppia (rispettivamente da 13,6 a 27 casi per mille e da 9,4 a 21 casi per mille). Andando a guardare nel dettaglio i farmaci, gli specialisti si sono imbattuti in alcuni risultati almeno parzialmente inattesi. Nei pazienti trattati con chemioterapici di uso routinario, come le antracicline usate nel tumore al seno e nei linfomi, il tasso di eventi cardiaci mostra un picco con l’avvio della terapia (14 casi per mille), ma poi scende rapidamente a valori di ‘safety’ entro i primi mesi, per poi mantenere un tasso costante nel tempo. Questo suggerisce, riflettono, che i programmi di monitoraggio e cura messi in campo negli ultimi 10 anni per la prevenzione della tossicità cardiaca tardiva, tipica di questi farmaci, “sono probabilmente efficaci“. Ma ad attirare l’attenzione degli esperti è stato un altro dato: il tasso di incidenza di eventi cardiovascolari maggiori a carico dei nuovi farmaci biologici a bersaglio molecolare. Erano, spiegano, decisamente maggiori rispetto ai dati riportati in letteratura e con un’incidenza progressivamente ingravescente nel tempo (picco a 42, 57 casi per mille a 3 anni). Risultati, precisano gli autori dello studio, in realtà solo in parte inattesi. Queste classi di farmaci hanno infatti permesso un “drastico miglioramento della sopravvivenza globale del paziente oncologico che diventa pertanto maggiormente esposto all’azione dei fattori di rischio cardiovascolare e quindi alla conseguente possibilità di sviluppare eventi maggiori“. Si tratta comunque di dati che, puntualizza Frigerio, “meritano un approfondimento“. Le successive analisi saranno ora finalizzate a verificare il peso dei diversi fattori di rischio in questi eventi per pianificare un corretto iter diagnostico-terapeutico (alla stregua di quanto fatto per le antracicline).