Salute: l’autismo e la correlazione con la capacità di comprendere le intenzioni altrui

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La valutazione della capacità di comprendere le intenzioni altrui in un bambino autistico, al momento della presa in carico, è il miglior predittore di un’evoluzione positiva della sintomatologia: lo conferma una ricerca dell’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), pubblicati sulla rivista internazionale ‘Current Pediatric Research. International Journal of Pediatrics’ (http://www.currentpediatrics.com/inpress.php), dal titolo ‘The understanding of others intentions can predict the improvement of symptomatology in children with autism? An exploratory study’. L’IdO ha somministrato a 100 bambini non verbali con autismo (di cui 68 con autismo e 32 coinvolti nello spettro autistico inseriti nel progetto terapeutico evolutivo Tartaruga) e a 50 minori non autistici, ma con ritardo cognitivo, la prova dell’Intention condition of behavioral enhancement procedures di Meltzoff. I risultati della ricerca saranno presentati nel dettaglio al XVII Convegno nazionale dell’IdO ‘Dal processo diagnostico al progetto terapeutico. Per un approccio mirato al singolo bambino’, dal 21 al 23 ottobre a Roma. Sarà possibile partecipare gratuitamente alla diretta streaming sul sito www.ortofonologia.it. “Dallo studio è emerso che il deficit di tale capacità è una caratteristica specifica dell’autismo in quanto, non risultando compromessa nel gruppo di controllo con disabilità cognitiva, evidenzia la sua natura più socio-relazionale che cognitiva. Infatti– spiegano i clinici- a distanza di due anni dalla prima prova e in seguito a un lavoro terapeutico centrato sul corpo e sugli aspetti emotivo-relazionali, 27 bambini su 100 sono usciti dalla sindrome e 6 hanno migliorato la loro sintomatologia passando da una condizione di autismo ad una di spettro autistico“. La ‘Intention Condition of Behavioral enacment procedure di Meltzoff’ ha permesso di quantificare la presenza della capacità di comprendere le intenzioni altrui. La prova è rapida e di facile somministrazione, richiede un tempo minimo di attenzione da parte del bambino e risulta utilizzabile anche nei casi con sintomatologia severa. “È stata somministrata durante le prime fasi del processo diagnostico, prima del percorso terapeutico, per verificare se la comprensione delle intenzioni altrui (UOI – understanding of others intentions) fosse ugualmente compromessa nei bambini con sola disabilità intellettiva e nei bambini con autismo, in cui il deficit oltre che intellettivo è prevalentemente socio-relazionale. I risultati ottenuti con la presente ricerca assumono un importante valore sul piano clinico per vari motivi– continua l’equipe dell’IdO-. È emerso che, nonostante tutti i bambini del campione di studio fossero caratterizzati da deficit cognitivo, la UOI era significativamente più bassa nei bambini con autismo, rispetto sia a quelli dello spettro che a coloro che avevano ritardo cognitivo. Questi ultimi due gruppi ottenevano in media punteggi adeguati di UOI. Un risultato che potrebbe spiegare la disomogeneità degli studi emersi in letteratura rispetto all’UOI nell’autismo, in quanto in tali ricerche non viene definito il livello di gravità della sintomatologia autistica“. I dati della presente ricerca suggeriscono inoltre che la prova di Meltzoff “possa permettere di discriminare bambini con autismo da quelli con disturbo autistico (classificazione basata sui punteggi ADOS), più di quanto facessero le prove di comprensione della falsa credenza. Il deficit dell’UOI si presenta come caratteristica specifica dell’autismo e non della sola disabilità intellettiva– precisano gli autori nell’articolo- poiché non risulta compromessa nel gruppo di minori con ritardo cognitivo. Ciò sembra essere confermato anche dalle analisi di correlazione, che mettono in evidenza quanto gli aspetti cognitivi e di comprensione delle intenzioni siano collegati sia in assenza di sintomatologia autistica (come emerso dal gruppo con ritardo cognitivo), sia in presenza di una sintomatologia grave (come emerso dal gruppo con autismo). Nel gruppo dei bambini nello spettro, invece, tale relazione lineare non risulta significativa e ciò potrebbe essere espressione della disarmonia e della mancanza di integ razione delle competenze socio-cognitive che li caratterizzano. Essendo infine una categoria caratterizzata da sintomatologia meno grave, i bambini dello spettro ottengono da subito buoni risultati nella prova per valutare la UOI, indipendentemente dal livello cognitivo. È un’ulteriore conferma– concludono- che la UOI sia connessa alla gravità dell’autismo e non al QI“.