Come già il terremoto di magnitudo 6,3 in Abruzzo del 2009, quello di magnitudo 6,0 che ha devastato Amatrice e località limitrofe la notte del 24 agosto certamente non è stato estremamente violento, anche se se i suoi effetti sono stati aggravati dalla superficialità dell’evento. Esso, quindi, ha riportato all’attenzione di tutti la gravissima situazione riguardante la vulnerabilità sismica del nostro edificato, la perdurante assenza di adeguate politiche di prevenzione (non solo sismica) e (almeno spero) il fatto che tale situazione è una conseguenza della mancanza di percezione, in Italia, a tutti i livelli (cioè a partire dell’opinione pubblica, fino ad arrivare alle Istituzioni), dei rischi.
Purtroppo, però, come al solito, di ciò in tanti ne parlano solo ora, cioè solo dopo la tragedia, quando è ormai troppo tardi, mentre è intervenendo prima che si che si fa prevenzione, quando ancora non si è passati all’ennesima emergenza.

“In tempo di pace”, di prevenzione sono assai pochi a parlare e chi lo fa è accusato di essere un “gufo” od anche un “terrorista”. A me (che sia gufo che terrorista sono stato definito) tocca, però, ricordare quanto scrissi in aprile a conclusione dei miei due articoli “La serie di terremoti che hanno colpito Taiwan, Giappone ed Ecuador – L’«anello di fuoco» trema … un monito per l’Italia” ed “Esempi di come la magnitudo non sia il solo parametro a determinare la pericolosità sismica e le conseguenze di un terremoto: un monito anche per l’Italia” (21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1/2016, pp. 24-32), ripreso in “Antisismica. È la magnitudo che misura la pericolosità?”: chiusi tali articoli con un “Monito conclusivo, per noi italiani”, nel quale scrissi “Le immagini dei danni provocati dai recenti eventi sismici descritti nei paragrafi precedenti testimoniano, ancora una volta, gli effetti devastanti che un terremoto violento può produrre, soprattutto nei paesi ove l’edificato è molto vulnerabile (come, del resto, era già accaduto un anno fa in Nepal). Soprattutto devono farci pensare i danni provocati in Giappone (paese assai più avanzato di altri quanto a sicurezza sismica delle costruzioni) dai terremoti che hanno colpito l’isola di Kyushu, perché le caratteristiche di tali eventi sono state assai simili a quelle di terremoti che possono verificarsi anche in Italia: si ricordi, in particolare, che in Italia risultano essersi già verificati eventi di magnitudo nettamente superiore a 7,0 e che dal 70% all’80% del nostro edificato non è in grado di resistere ai sismi che possono colpirlo. In generale, poi, è da sottolineare come la magnitudo di un terremoto non sia l’unico parametro a determinarne le conseguenze: esse sono ovviamente molto influenzate, oltre che dalla pericolosità sismica, anche dall’urbanizzazione dell’area colpita e dalla vulnerabilità sismica e dall’esposizione del costruito in essa esistente. La pericolosità sismica, poi, dipende anche da parametri come la profondità ipocentrale, l’estensione della rottura della faglia interessata dal terremoto (dato a me non noto, per i terremoti decritti in questo articolo) e, in modo molto consistente, dalle amplificazioni locali (che dipendono dal tipo di terreno sul quale sorgono le costruzioni, più o meno soffice, presente al di sopra del cosiddettobedrock o “suolo rigido”, al quale si riferiscono i valori di PGA – cioè dell’accelerazione orizzontale massima del terreno -ndr)“.

Ad aggravare l’elevatissima vulnerabilità sismica del nostro Paese sono il nostro notevolissimo patrimonio culturale (comprese le opere d’arte contenute in musei spesso assai vulnerabili), nonché i nostri impianti chimici a rischio di incidente rilevante (RIR), pure sismicamente assai vulnerabili e, inoltre, con elevatissima esposizione, situati anche in zone ad elevata pericolosità sismica e/o relativa a maremoti (ad esempio, in Sicilia, a Priolo-Gargallo ed a Milazzo).
Ormai, però, esistono e sono largamente applicati, anche in Italia, efficaci moderni sistemi antisismici (di isolamento sismico, di dissipazione d’energia, ecc.) e moderne tecniche di rinforzo delle strutture. Tali sistemi e tecniche:
a) sono in grado di accrescere fortemente la sicurezza delle costruzioni, proteggendo anche gli elementi non strutturali e le apparecchiature contenute ed eliminando, o quantomeno riducendo, il panico (specialmente quando è utilizzato l’isolamento sismico);
b) possono essere utilizzati sia per le nuove costruzioni sia per quelle esistenti (incluse, anche se con particolari accorgimenti, quelle monumentali);
c) per le normali costruzioni l’uso di tali tecnologie comporta costi aggiuntivi di costruzione limitati, quando non assenti.
Non vi è, dunque, ormai più alcuna scusa per non utilizzare i sistemi e le tecniche succitati, cioè per ritenere che nulla si possa fare contro il terremoto. Anche volendo assurdamente trascurare l’obiettivo principale di adeguate politiche di prevenzione (cioè le nuove vittime che si possono evitare), si ricordi che riparare o ricostruire dopo un terremoto costa il triplo di quanto si deve spendere intervenendo su di esso preventivamente, anche grazie alle moderne tecnologie (e per il rischio idrogeologico, ad esempio 5 volte tanto).

Certamente avere un “pregresso” di costruito sismicamente insicuro talmente elevato comporta gravi problemi dal punto di vista economico. Non si può certamente pensare di intervenire su di esso in tempi brevi, per renderlo tutto sicuro. Ci vorranno 50-60 anni, però se si inizia subito. Però, un paese, se vuol essere definito civile (vogliamo che l’Italia lo sia?), DEVE METTERE A BILANCIO PREVENTIVO DELLO STATO, OGNI ANNO, UNA SOMMA PER LA PREVENZIONE (sia per il sisma che per gli altri rischi), tale da rendere sicuro il costruito in tempi ragionevoli. In un paese CIVILE, non si può imporre agli Enti Locali ed agli altri enti proprietari di verificare la sicurezza delle loro scuole e dei loro ospedali, e poi, una volta che questi (se davvero hanno fatto quanto richiesto loro – cosa che, peraltro, spesso non è avvenuta) ne hanno verificato la notevole vulnerabilità, non dar loro un euro per rendere tali edifici sicuri (o, peggio ancora, accettare per tali edifici, grazie al cosiddetto “miglioramento sismico”, livelli di vulnerabilità elevati), come è VERGOGNOSA PRASSI attuale in Italia. Oppure vogliamo continuare a buttare enormi quantità di denaro dalla finestra, per far fronte alle emergenze e – tra l’altro – a spendere tutto questo denaro con controlli “all’acqua di rose”?
Utilizzando le moderne tecnologie antisismiche (ma correttamente, anche perché la loro efficacia deve essere garantita per l’intera vita utile della costruzione – cosa, purtroppo, che con sempre avviene), dal terremoto ci si può proteggere, eccome: lo dimostra, senza tema di smentita, l’esperienza di altri paesi (come, ad esempio, il Giappone), che, pur essendo periodicamente colpiti da eventi ben più violenti di quelli italiani, ne escono quasi sempre con vittime e danni assai limitati. Per attuare le suddette corrette politiche di prevenzione, è ovviamente indispensabile non solo intervenire (correttamente) su quanto è già stato danneggiato da terremoti, ma agire anche sull’esistente non ancora da essi colpito, tramite l’installazione di sistemi d’isolamento sismico in fase preventiva, cosa che permette, fra l’altro, di limitare molto l’interruzione dell’operatività della costruzione (ciò è particolare interesse, ad esempio, nel caso degli ospedali, le cui attività non possono essere agevolmente spostate).

È inammissibile il forte danneggiamento di ospedali, come è avvenuto la notte scorsa: anzi, non basta che gli ospedali non crollino e non si danneggino, essi devono restare completamente operativi, perché è proprio dopo una catastrofe che servono maggiormente. Così come è inammissibile il crollo (od anche il solo danneggiamento) di scuole o di altri edifici per studenti, come avvenne nel 2002 a San Giuliano di Puglia e nel 2009 a L’Aquila, perché essi ospitano il futuro di ogni comunità: per fortuna, la notte scorsa, era estate!
Anche in Italia, occorre poi finalmente distinguere tra l’edificato realmente “antico” e quello semplicemente “vecchio”, demolendo quest’ultimo e ricostruendolo in modo tale che esso garantisca la sicurezza sismica (contrariamente a quanto attualmente avviene, anche per la miopia di numerose Sovrintendenze, oltre che per leggi ormai superate). Ciò vale, per gli edifici ospitati in edifici “vecchi”, soprattutto (ma non solo) per quelli strategici, come, ad esempio, gli ospedali e rilevanti per la protezione civile (edifici, come detto, che dovrebbero restare operativi dopo un terremoto, anche forte) e pubblici, in particolare (ma non solo) per le scuole. Per quanto attiene a scuole, ospedali ed altri edifici strategici e pubblici che sono attualmente ospitati in edifici monumentali che non sia possibile adeguare sismicamente (e sottolineo adeguare, non solo “migliorare”), è indispensabile spostare le funzioni di tali edifici in altri che siano totalmente sicuri.

Infine, per quanto riguarda gli impianti chimici RIR, è necessario che si valuti, prima che sia troppo tardi, la vulnerabilità di quelli esistenti (in particolare in Sicilia, a Priolo-Gargallo e Milazzo), si definisca, finalmente, un’adeguata normativa (sia per gli impianti di nuova costruzione che per gli interventi su quelli esistenti) e si proceda, finalmente, ai necessari interventi di messa in sicurezza dei componenti esistenti che lo richiedano.
Impareremo mai o dobbiamo rassegnarci a continuare, ogni volta, a piangere “lacrime di coccodrillo” e lasceremo altre catastrofi in eredità ai nostri figli e nipoti? Purtroppo, non sono molto ottimista: temo che, come è già avvenuto a L’Aquila e per altri terremoti precedenti, di quello della notte scorsa, tra non molto, non si parlerà più.
da Tiscali.it
di Alessandro Martelli, PhD
Presidente GLIS (GLIS – Isolamento ed altre Strategie di Progettazione Antisismica)
Presidente fondatore ed attuale Vicepresidente ASSISi (Anti-Seismic Systems International Society)


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