Dopo ben più di undici anni la Florida viene colpita da un uragano. Difatti l’uragano “Hermine” ha fatto il proprio “landfall” 24 ore fa lungo le coste della Florida, nei pressi di San Marco, come ciclone tropicale di 1^ categoria sulla scala Saffir-Simpson, con venti medi sostenuti che hanno toccato e superato la soglia dei 120 km/h. Subito dopo aver effettuato il “landfall” vicino San Marco il sistema tropicale, piuttosto imponente, si è rapidamente indebolito in una tempesta tropicale carica di piogge molto abbondanti e venti fino a 80-90 km/h. Fortunatamente ciò ha permesso anche di contenere i danni, anche se le forti piogge portate dalle imponenti bande nuvolose spiraliformi dell’uragano hanno prodotto inevitabili allagamenti e “flash floods”. Notevoli anche le mareggiate che hanno colpito le coste della Florida centro-occidentale, provocando anche marcati fenomeni di erosione e locali inondazioni nei tratti di costa più depressi, come a Cedar Key. In alcuni casi il rapido tracollo della pressione barometrica legato al passaggio della tempesta ha originato un significativo aumento del livello del mare, come un piccolo “storm surge” che è andato ad inondare interi tratti di costa.

Come detto “Hermine” è stato il primo uragano ha colpire le coste della Florida in quasi undici anni, da quando l’uragano Wilma nell’Ottobre 2005 devasto le coste della Florida. Inoltre “Hermine” è il primo uragano ad impattare sulle coste degli States da quando l’uragano “Arthur” fece il “landfall” sulle coste del North Carolina come sistema di 2^ categoria Saffir-Simpson, il 3 Luglio 2014. Al momento il passaggio dell’uragano sulla Florida, oltre ai soliti allagamenti causati dalle piogge di carattere torrenziale che hanno colpito diverse zone della Florida, ha causato almeno una vittima per un albero abbattuto dalle forti raffiche di vento nella contea di Marion, circa 150 miglia a sud-est dove è transitato l’occhio centrale della tempesta.

Ma i danni, fino ad ora abbastanza limitati, vanno spiegati anche dal fatto che durante la fase del “landfall” la tempesta ha interessato aree relativamente disabitate. Difatti la raffica più forte relativa all’arrivo dell’uragano è stata registrata proprio da una stazione meteorologica privata a Alligator Point, dove si sono raggiunti i 125 km/h, lungo il bordo più settentrionale dell’occhio di “Hermine”, lì ove si annidavano le tempeste di vento più intense dal quadrante orientale. Non per caso nell’area vicino a Alligator Point si sono verificati i danneggiamenti più significativi, con molti alberi e pali della luce divelti dalla forza del vento che ha oltrepassato abbondantemente la soglia dei 100 km/h nelle raffiche.

Da notare pure, cosa molto interessante, come questa stazione abbia sperimentato, poco dopo, una calma assoluta di vento a ciel sereno per circa 50 minuti, indotta proprio dal passaggio dell’occhio della tempesta. Durante il transito dell’occhio di “Hermine” significativo anche il dato della temperatura che nel cuore della notte ha fatto registrare un aumento di quasi +3°C, poco dopo la mezzanotte, prodotto dalle notevoli “Subsidenze atmosferiche” (moti discendenti) caratteristiche nell’occhio dei cicloni tropicali. Andando poco più a sud delle coste della Florida le raffiche di vento più forti sono state misurate da un anemometro che si trova a 35 metri di altezza, 20 miglia a sud di Apalachicola, sulla parte più orientale del Golfo del Messico, dove è stato raggiunto un picco assoluto di ben 127 km/h.

Un valore che è più che compatibile per un uragano di 1^ categoria della Saffir-Simpson. Ora ridotto ad una semplice tempesta tropicale, carica di vapore acqueo tropicale attorno il proprio nucleo che continua ad alimentare l’attività convettiva, “Hermine” rischia di generare piogge molto intense e abbondanti lungo tutta la costa atlantica degli USA, con particolare riferimento per il South e North Carolina, e la Virginia, che rischiano di essere colpiti da piogge di carattere torrenziale, in grado di provocare gravi inondazioni e “flash floods”.
Pur indebolendosi gradualmente la circolazione depressionaria tropicale continua ad essere supportata da una intensa attività convettiva, ben strutturata nell’area del nucleo centrale, che continua a favorire il rapido sviluppo di imponenti annuvolamenti cumuliformi forieri di piogge e forti rovesci temporaleschi, soprattutto fra il North Carolina e la Virginia, dove sarà concreto il rischio di inondazioni visto l’enorme carico di aria umida trascinato dal sistema.

Ma il flusso caldo e umido legato alla circolazione ciclonica di “Hermine” nella giornata di domani porterà precipitazioni piuttosto abbondanti fino alla costa del Connecticut, Long Island, compresa l’area metropolitana di New York che nel weekend sperimenterà piogge anche abbondanti, sotto forma di rovesci o temporali. Subito dopo aver raggiunto la Virginia i resti dell’ormai ex uragano “Hermine”, ormai ridotta a depressione tropicale, salendo di latitudine verranno intercettati dalle intense correnti occidentali in quota delle medie latitudini, cominciando a curvare verso nord-est, evolvendosi rapidamente in un sistema depressionario extratropicale, di tipo “baroclino” (più dipendente alle dinamiche atmosferiche che all’energia termica dell’oceano).
La tempesta diverrà a tutti gli effetti degli extratropicali non appena, durante il passaggio sopra le fredde acque del nord Atlantico, si tramuterà in un sistema depressionario a “cuore freddo”. Eppure in determinate occasioni, in mancanza di grandi sistemi depressioni alle alte latitudini, si sono osservati dei cicloni tropicali, indeboliti allo status di tempesta tropicale, risalire il bordo occidentale dell’anticiclone oceanico e passare a nord delle Azzorre per poi colpire le isole britanniche mantenendo un nucleo centrale ben riconoscibile che rispecchiava l‘origine tropicale.
Di solito queste tempeste causano venti veramente molto forti e autentici fortunali che apportano notevoli danni sulle coste di Irlanda, Scozia, Galles e Inghilterra. Infine un’altra causa di indebolimento e morte di un ciclone tropicale è appunto il “landfall” che avviene quando il “cuore caldo” e l’occhio centrale della tempesta toccano la terra ferma penetrando verso l‘entroterra. In queste condizioni l’attrito esercitato dalla terra ferma, e la possibile presenza di catene montuose o ostacoli orografici, arresta il processo di autoalimentazione che tiene in vita la tempesta, allontanandola dalla principale fonte di energia che è appunto la calda superficie del mare.


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