Donna morta a Catania, i medici: “L’obiezione di coscienza non c’entra”

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Per spiegare le ragioni della morte di Valentina Milluzzo, 32 anni, morta come i suoi gemelli che aveva in grembo, avuti con la fecondazione medicalmente assistita, dopo un parto abortivo alla quinta settima di gravidanza, sono in corso indagini della procura della repubblica di Catania, pm Fabio Saponara, e un’indagine interna dell’ospedale Cannizzaro di Catania dove era ricoverata. Si attendono dunque i risultati dell’autopsia per chiarire le cause della tragedia. Ma intanto ci sono 12 medici indagati, e l’ospedale Cannizzaro ha voluto in una conferenza stampa chiarire uno dei punti più drammatici della vicenda denunciata dai familiari: l’obiezione di coscienza non c’entra, non era un’interruzione volontaria di gravidanza, ma un parto abortivo, il primo feto infatti è stato abortito spontaneamente, morto, perché alla quinta settimana non aveva speranza di sopravvivere, il secondo un parto abortivo indotto dal medico con ossitocina e non con un intervento chirurgico perché avrebbe causato con certezza la morte della donna, che colpita da Cid, coagulazione intravasale disseminata da un’infezione, si stava aggravando. Nonostante ciò poco dopo il secondo parto abortivo anche la donna è morta.

E’ questo il quadro tracciato dal dottor Angelo Pellicanò, direttore generale dell’Azienda ospedaliera Cannizzaro e dal professor Paolo Scollo, direttore del reparto di ginecologia e ostetricia dell’Azienda ospedaliera Cannizzaro, e presidente Sigo, Società italiana ginecologia e ostetricia, secondo cui l’intervento del medico con ossitocina per indurre il secondo parto abortivo è un fatto clinico che dimostra come l’obiezione di coscienza non c’entra in questa drammatica vicenda. In attesa dell’autopsia al momento la diagnosi dei medici, ‘il sospetto’ è che la donna sia morta per la Cid, coagulazione intravascolare disseminata, dovuta a shock settico. Una complicanza per la quale, hanno assicurato ancora i medici, sono state seguite tutte le procedure riconosciute dagli standard medici e scientifici internazionali, ma che non hanno salvato la 32enne.

Resta ora da chiarire anche come la complicanza sia insorta: la donna era ricoverata dal 29 settembre per minacce d’aborto già alla 17esima settimana, e il decesso è avvenuto il 16 ottobre, dopo circa 18 ore in cui gli eventi si sono prima aggravati e poi precipitati. Ma in conferenza stampa il direttore generale e il direttore del reparto di ginecologia e ostetricia (che non è indagato perché era assente) hanno voluto ribadire che l’obiezione di coscienza non c’entra nulla. E il medico non avrebbe detto in quei drammatici momenti sono un obiettore. Anche se è vero che il medico è un obiettore, come tutti i medici del reparto (12 più due che si occupano di pma) sono obiettori e al Cannizzaro le interruzioni volontarie di gravidanza sono garantite in base alla legge 194 con l’intervento di un medico e di due anestesisti esterni.

Questa – ha spiegato il direttore generale dell’ospedale Cannizzaro – è una vicenda talmente eclatante e pesante da sfiorare l’assurdo, perché qualora si fosse davvero verificata sarebbe stata di una gravità estrema. Per questo ho voluto questa conferenza stampa insieme ai medici, nei limiti del rispetto delle indagini in corso, sia della procura di Catania che da parte nostra c’è un’indagine interna per dare spiegazioni e chiarire almeno alcuni fatti focali che hanno sollevato attenzione e indignazione di tutti, perché un medico che si dichiarasse obiettore in sala parto sarebbe un fatto di una notevole gravità. Ma – ha sottolineato – il medico obiettore è obiettore ai fini di una legge la legge 194 del 78, legge dello stato sull’interruzione volontaria di gravidanza, in tutti gli altri casi il medico si deve comportare secondo scienza e coscienza, con i limiti e la perfettibilità dell’agire del medico. Tutto il resto fa parte di un’altra storia. Qui dobbiamo chiarire che il medico non si è mai dichiarato obiettore in quella sede‘.