Haiti devastata dall’uragano Matthew: “L’allarme era già stato lanciato nel 2012”

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L’allarme rosso su Haiti, colpita in questi giorni dall’uragano Matthew che ha provocato oltre 900 morti e la possibilità di un’epidemia di colera, era già stato lanciato nel 2012 dal centro studi Maplecroft che, nel suo report ‘Climate Change Vulnerability Index’ (CCVI), posizionava Haiti al primo posto della classifica dei Paesi a maggior rischio per gli effetti del cambiamento climatico globale“. Una classifica “stilata in base alla vulnerabilità, capacità di adattarsi ai cambiamenti e all’esposizione della popolazione ai pericoli di inondazioni, carestie e altri fenomeni disastrosi“. A rilanciare sui rischi ambientali e climatici è il Gruppo Parlamentare del M5S che, all’indomani della catastrofe prodotta dall’uragano Mattew sulla repubblica caraibica, sollecita e “tenere fede agli impegni presi” alla Cop21 di Parigi sul Clima, “in vista della prossimo summit globale sul cambiamento climatico“, che si terrà a Marrakech dal 7 al 18 novembre. “Il rischio segnalato su Haiti è intrinsecamente collegato alla deforestazione subìta dall’isola: oltre il 98 per cento della superficie forestale originale oggi è distrutta” spiega Mirko Busto, deputato 5stelle in Commissione Ambiente. “Le foreste, è bene ricordare, -continua- svolgono opere importanti per la sicurezza e il benessere di un territorio” questo perché “grazie a loro si consolida il terreno, si ricaricano le falde, si contrasta l’erosione dei suoli, si tutela la qualità dell’acqua e si assorbe quella in eccesso, si proteggere dal calore, si ha a disposizione cibo e combustibili“. I Paesi in cui “vengono a mancare queste aree verdi, diventano più vulnerabili sia ai fenomeni climatici, sia ai disastri naturali” osserva ancora il deputato di M5S. “Le catastrofi naturali – come inondazioni, tsunami, alluvioni, siccità e le loro conseguenze in termini di perdita di vite umane, insorgenza di epidemie, povertà, aumento della mortalità infantile e del numero di migranti ambientali – non sono altro che l’effetto dei cambiamenti climatici di cui l’uomo è il primo responsabile” avverte Busto. Secondo un dossier di Legambiente, ricorda Busto, “il numero dei profughi ambientali nel 2015 ha superato quello dei profughi di guerra. E per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare il proprio Paese“. “Prendiamoci le nostre responsabilità, teniamo fede agli impegni presi alla Cop21 di Parigi sul Clima in vista della prossimo summit globale sul cambiamento climatico, che si terrà a Marrakech dal 7 al 18 novembre” è la ferma indicazione che arriva ancora da Busto.