Medicina: la risonanza mappa il cervello dei bimbi prima degli interventi per tumori o epilessia

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Mappare il cervello e tutte le sue aree e connessioni per pianificare al meglio gli interventi chirurgici dell’epilessia e di molti tumori, anche nei bambini molto piccoli. A consentirlo in maniera sempre più sofisticata è la risonanza magnetica, con tutte le sue ‘declinazioni’ più tecnologicamente avanzate, tema al centro del Congresso nazionale di neuroradiologia pediatrica che viene organizzato ogni due anni dalla sezione pediatrica dell’Associazione italiana di neuroradiologia (Ainr), e che per la sua XIII edizione è in programma a Roma dal 6 all’8 ottobre all’Auditorium San Paolo dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. “Verranno affrontati numerosi temi – spiega all’AdnKronos Salute Bruno Bernardi, presidente del congresso e già direttore dell’Uoc di Neuroradiologia del Bambino Gesù – che coinvolgono il neuroradiologo pediatrico in rapporti multidisciplinari con altri specialisti, per favorire il miglioramento delle interazioni professionali. Molto spazio sarà dedicato all’utilizzo delle tecniche di risonanza magnetica avanzate in ambito pediatrico, per la crescente richiesta che ci viene fatta di competenze specifiche sempre maggiori“. Grazie alla Rm è infatti possibile ottenere immagini dettagliate e distinguere tessuti normali da quelli patologici, ma anche individuare quelle aree di corteccia cerebrale responsabili di funzioni come il movimento, la vista, il linguaggio che si ‘accendono’ specificatamente quando queste funzioni vengono svolte (‘brain mapping’). Una funzione di grande utilità per il chirurgo, che sfruttandola riesce a evitare di ledere zone del cervello così importanti. La collaborazione del neuroradiologo è però essenziale per la buona riuscita del trattamento. “Le connessioni tra aree cerebrali diverse, responsabili di complessi processi del cervello umano – aggiunge l’esperto – possono essere studiate con tecniche di risonanza magnetica funzionale, che visualizzano questi circuiti cerebrali. Inoltre, la risonanza con diffusione di tensore (Dti), altra metodica avanzata non solo di imaging, consente di avere una rappresentazione visiva dei fasci di sostanza bianca (fasci neuronali) ed è utile non solo per conoscere come le diverse aree cerebrali si connettono tra loro, ma anche per verificare segnali, nella sostanza bianca, di malattie come le leucodistrofie o la sclerosi multipla.” E ancora, prosegue Bernardi, “questa metodica può essere utilizzata dal chirurgo per evitare di danneggiare non solo le aree corticali del cervello individuate con il brain mapping, ma anche le fibre che da queste aree originano e di cui trasmettono la funzione. Tutte queste metodiche avanzate sono particolarmente interessanti, ma anche molto complesse nella popolazione pediatrica, e in particolare nei bambini più piccoli nei quali il cervello è in via di sviluppo e l’esecuzione dell’esame deve avvenire in anestesia generale“. Ma come fare per rendere meno ‘pauroso’ l’esame per i piccoli pazienti che lo devono effettuare da svegli? “Il ‘trauma’ della risonanza magnetica nel bambino – osserva Bernardi – è principalmente legato all’ambiente, poiché di per sé la procedura non comporta atti dolorosi, se non nel caso sia necessaria l’iniezione di un mezzo di contrasto per via endovenosa. Ogni qualvolta sia possibile, il bambino esegue l’esame accompagnato da un genitore che resta con lui per la durata dello stesso. Prima dell’esame, una buona spiegazione di tutto ciò che accadrà aiuta a tranquilizzare il piccolo paziente“. “L’arredo delle sale d’attesa e della sala Rm deve essere studiato per essere piacevole al bambino – suggerisce l’esperto – creando mondi popolati da figure rassicuranti, cercando di rendere l’esperienza quasi un gioco. Qualche piccolo ritocco è utile anche nella divisa del personale: camice con animali o personaggi dei fumetti. E all’uscita dall’esame vengono stampati dei diplomi da bambino coraggioso come ‘premio’ per aver collaborato“. Nella giornata inaugurale del 6 ottobre, il congresso verrà preceduto da un incontro-discussione fra specialisti coinvolti nella terapia chirurgica dell’epilessia (neurologi, neurofisiologi, neuroradiologi e neurochirurghi), per approfondire la gestione comune dei pazienti che potrebbero giovare di questo approccio chirurgico alla malattia. L’epilessia colpisce mediamente l’1% della popolazione, ma un terzo dei pazienti non risponde al trattamento con i farmaci. Di questi, circa il 10% può essere operato chirurgicamente (complessivamente tra l’1 e il 3% dei malati, dunque). Nella stessa giornata verrà affrontato il ruolo del neuroradiologo nella pianificazione del trattamento dei tumori cerebrali, che rappresentano la seconda neoplasia causa di morte in età pediatrica. “Analogamente a quanto già avviene al Bambino Gesù – conclude Bernardi – si avverte infatti la necessità di sviluppare anche in altre aree del territorio nazionale una corretta selezione dei pazienti da sottoporre al trattamento chirurgico dell’epilessia in età pediatrica e creare team multidisciplinari a esso dedicata“. Dal 2010 a oggi, all’ospedale pediatrico Bambino Gesù sono stati eseguiti più di 100 interventi chirurgici dell’epilessia, con una percentuale di successo pari al 70%. Vale a dire che 7 bambini su 10 sono guariti completamente.