Per comprendere quanto sia stata forte la scossa del terremoto che domenica mattina ha devastato l’Italia centrale, basta osservare il fianco del monte più alto dei Sibillini, il Vettore: lì si può osservare un’enorme frattura. In realtà le fratture sono due e tagliano la montagna parallelamente alla sua lunghezza: la prima si trova a circa 2.200 metri, circa 200 metri sotto la vetta, la seconda circa 150 metri più in basso.
Quando l’elicottero si avvicina al fianco del Vettore i due solchi si notano nitidamente e soprattutto, quel che più si rileva, è l’evidenza superficiale della faglia, come spiega Francesco Violo, consigliere nazionale dell’Ordine dei Geologi. La faglia mossa si può infatti vedere proprio in superficie attraverso ciò che noi chiamiamo “rigetto“, cioè il gradino che si crea tra la parte di faglia che si alza e quella che si abbassa.

Da vicino queste enormi crepe ricordano quasi i segni premonitori sul monte Toc, sopra Erto e Casso che hanno poi portato il disastro del Vajont. In quel caso fu l’opera dell’uomo a provocare la frattura, ma il taglio a forma di M apparso sul versante del Toc prima che venisse giù la frana ricorda il primo dei due solchi. Quest’ultimo inizia infatti con una forma simile ad una M e poi prosegue dritto lungo tutta la corsa per circa 300 metri, successivamente si interrompe e poi prosegue più avanti, in corrispondenza della seconda frattura che dopo ulteriori 300 metri si divide in due: una parte scende verso il basso puntando verso la piana di Castelluccio di Norcia, l’altra invece prosegue lungo la costa.