Trapianti: un fegato per due, in Italia 22 bambini in più salvati ogni anno

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Un fegato donato, 2 vite salvate: quella di un adulto e quella di un bambino. La tecnica si chiama ‘split liver‘ e consiste nel dividere l’organo in 2 parti, di cui una più grande e l’altra più piccola. Si pratica da anni, ma in Italia “siamo i primi al mondo ad aver messo a punto una procedura organizzativa automatica per i trapianti di fegato split. Anche gli Stati Uniti ci guardano come un modello da prendere a esempio“, dichiara con orgoglio Umberto Cillo, presidente eletto della Società italiana trapianti d’organo, dal 40esimo Congresso Sito in corso A Roma. Grazie al nuovo protocollo, “in un anno i trapianti con questa tecnica sono quasi raddoppiati e quelli pediatrici split liver sono aumentati quasi del 70%: 22 bambini operati in più“, annuncia Lucia Rizzato, responsabile del Centro nazionale trapianti operativo (Cnto), parte del Centro nazionale trapianti (Cnt) diretto da Alessandro Nanni Costa.

Dietro queste cifre ci sono delle vite“, commenta Cillo. “In un anno dall’entrata in vigore del protocollo, nell’agosto 2015, si è passati da 56 trapianti di fegato split a 101. Questo ha comportato che i trapianti pediatrici split siano aumentati da 32 a 54. Un successo tutto italiano che conferma come la rete trapiantologica del nostro Paese sia eccellente“. Grazie al protocollo messo a punto dal Cnt e dagli esperti Sito, quando c’è un donatore di fegato fino a 50 anni di età e senza particolari criticità viene automaticamente presa in considerazione l’ipotesi della tecnica split liver per procedere anche a un trapianto pediatrico. “Quando un donatore viene segnalato al Cnto – precisa Rizzato – immediatamente e automaticamente si valuta se c’è un ricevente pediatrico compatibile. In caso affermativo il fegato sarà diviso in 2 parti: quella più grande sarà destinata a un paziente adulto e quella più piccola a un bambino. Nel caso in cui non ci sia la possibilità di effettuare un trapianto pediatrico, allora si procede con il trapianto di fegato intero nell’adulto. Questa procedura in automatismo ci ha consentito di incrementare del 68,7% i trapianti pediatrici, che in termini assoluti significa 22 bambini operati in più: 22 famiglie che sono tornate a vivere“.

Solo l’Italia a livello europeo mette in chiaro i risultati della qualità dei trapianti sul sito del ministero – sottolinea Franco Citterio, presidente della Sito e della Federazione italiana promozione trapianti d’organo – L’allocazione degli organi avviene con criteri di trasparenza e tracciabilità a disposizione di tutti, fatti salvo ovviamente i criteri di privacy. E di questo dobbiamo essere giustamente orgogliosi, sia come trapiantologi che come cittadini“. Ma a raccontare la ‘buona Italia dei trapianti‘ ci sono anche i numeri del Cnto: 12 persone (più la responsabile Rizzato) tra medici e infermieri, presenti 24 ore su 24, 7 giorni su 7 nella Centrale operativa dell’Istituto superiore di sanità, che si interfacciano con 19 centri regionali per trapianti d’organi e 96 centri trapianto in Italia. Una macchina che si muove sul filo dei minuti, dove tutto deve essere perfettamente coordinato.

Quando un centro regionale ci segnala un possibile donatore – prosegue Rizzato – immediatamente vediamo la compatibilità con i pazienti presenti nelle urgenze del programma nazionale gestito dal Cnt. In Italia la priorità è data dalla gravità del paziente. Se uno o più organi non vengono allocati tra le urgenze, allora si prende in considerazione la lista a livello regionale dove si trova il donatore. Se anche così ci fossero organi non allocati, si apre alle liste di altre regioni. Ed eventualità ultima, ma possibile, se un organo non trova un ricevente in Italia parliamo con i centri europei. Il tutto in tempi strettissimi“. Il plauso ci arriva anche da Oltreoceano. Sull”American Journal Transplantation‘, recita così l’editoriale di commento a un articolo di Cillo e colleghi sul nostro sistema di allocazione fegati da donatore cadavere si legge: “Sembra tempo di abbracciare i principi fondamentali evidenziati dagli italiani e contemplare una revisione del modo in cui si assegnano e si distribuiscono gli organi, soprattutto in tempi di protratta penuria di donatori“.