Autismo è Essere: la solitudine della discriminazione

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Sabato 15 ottobre 2016, una giornata come tante a Gravina in Puglia.

Come tutti i giorni della settimana, la sig.ra Francesca (nome fittizio per privacy) accompagna suo figlio Marco (nome fittizio per privacy) a scuola, per affrontare un’altra giornata in compagnia dei suoi amici di classe, delle maestre e della sua insegnante di sostegno. Marco è un bambino come tanti, a lui piace giocare con gli amici, leggere libri di fiabe, guardare cartoni, giocare ai videogames e sperimentarsi in attività di acrobatica ed equilibrismo; fa tutto questo guardando la realtà da un’altra prospettiva. La sua caratteristica è descritta su un documento, una diagnosi funzionale che recita: “Disturbo Pervasivo dello Sviluppo” (Autismo).

Marco vive la realtà in maniera differente dai suoi coetanei, ad ogni stimolo da una risposta tutta sua che a volte sembra discordare con la “normalità”. Ha una scarsa capacità di gestire la propria frustrazione e in situazioni di stress tende a scaricare la sua ansia in modalità imprevedibili. Per questo motivo Marco è seguito nel suo processo di crescita da un’equipe di professionisti: insegnante di sostegno, logopedista, psicomotricista, pedagogista e dal sottoscritto, educatore professionale che giorno per giorno conduce Marco in dinamiche educative utili all’apprendimento di pratiche e competenze sociali, abilità cognitive e metacognitive, affinché raggiunga la sua autonomia personale e sociale.

Quella mattina però nascondeva qualcosa di diverso rispetto alle altre giornate scolastiche, una volta affidato il bambino all’insegnante, Francesca torna a svolgere le sue mansioni di mamma per poi ritornare a prendere il figlio all’orario di uscita. Ogni mattina, all’uscita da scuola, Marco si mostra sempre sorpreso nel riconoscere il viso della madre tra decine di altri visi, ma quella mattina la sorpresa e lo stupore si leggevano palesemente negli occhi increduli di Francesca. Ad accompagnare Marco, oltre alla sua insegnante, non c’erano i suoi compagni come al solito. Marco era solo. Quel giorno gli amici non si sono presentati a scuola. Lo sgomento era percepibile nel viso e nei gesti della mamma che sentì l’abbandono intorno a suo figlio.

Poche ore più tardi, l’evento viene rivendicato dai genitori dei compagni di classe di Marco; la loro intenzione era quella di dare un segnale alle istituzioni e alla madre del bambino affinché lo stesso non rappresentasse più un “pericolo” per i loro figli che in diverse occasioni sono stati vittime delle risposte impetuose che Marco da alla sua frustrazione.

Marco ha trascorso tutta la mattinata in compagnia esclusivamente della sua insegnante, solo in quella classe deserta, vittima di un triste atto di discriminazione mirato a emarginare chi viene percepito come diverso. Quello che ferisce non è la solitudine in se, ma il senso di questo atto che odora di esclusione.

Allora viene da chiedersi: cosa si è ottenuto con un’azione del genere se non l’emarginazione del bambino? Perché discriminare Marco per dare un segnale a chi si occupa della sua educazione? Cosa hanno trasmesso e insegnato i genitori ai loro figli rendendoli protagonisti di quell’atto?

Si parla sempre tanto di integrazione, ci si batte contro le discriminazioni per poi scoprire che tutt’oggi le barriere architettoniche più insormontabili sono quelle che abbiamo nella nostra mente.

Integrazione non vuol dire solo “amare”, ma soprattutto “considerare”. Considerare che chi si ha difronte è una persona e non una patologia, una persona con tutte le sue caratteristiche, i suoi limite e le sue potenzialità da fare emergere per vivere in sintonia con se stessi e con gli altri.

Il dirigente ha redarguito i protagonisti di questo atto discriminatorio, ma nessuno di essi ha porto le proprie scuse ai diretti interessati, lasciando cadere nel vuoto tutto quello che è accaduto.

Marco ha un linguaggio funzionale che gli permette di esprimere i suoi bisogni primari, ma non ha la capacità di raccontare ed esprimere verbalmente le proprie emozioni; nonostante ciò, nonostante la sua patologia, Marco ha percepito quello che gli stava accadendo e manifestava il suo malessere con ansia e irrequietezza. A tutto questo la madre del bambino non poteva rimanere indifferente e ha deciso di trasferire suo figlio in un’altra sezione, magari per cominciare nuovi rapporti sociali con altri compagni. Ma loro malgrado, alcuni limiti logistici impedivano il trasferimento di Marco in un’altra sezione del medesimo istituto scolastico, unica soluzione sarebbe stata quella di trasferire il bambino in un nuovo istituto, completamente diverso, lontano dalla sua abitazione, cosa che avrebbe portato a tanti altri disagi.

La vicenda, però, ha avuto un lieto epilogo, grazie alla disponibilità e alla passione che hanno nel loro lavoro, due insegnanti dell’istituto scolastico di Marco, venute a conoscenza di tutta la situazione, hanno deciso di accogliere il bambino nella loro classe nonostante i sopraccitati limiti logistici, dando a Marco un’altra occasione, altre possibilità. Adesso Marco frequenta questa nuova sezione con nuove insegnanti e nuovi compagni; è più sereno e manifesta tutta la sua voglia di iniziare ogni giorno una nuova avventura scolastica.

A quei genitori dico, fate appello alla vostra coscienza e meditate su ciò che è stato fatto; fate in modo che i vostri figli siano migliori di voi,  che riescano ad accogliere e considerare tutti gli esseri umani.

Dott. Mario Iacovelli – Educatore

Il commento della pedagogista

Le forme di disagio manifestate da parte di bambini e ragazzi che vivono una vita scolastica travagliata dal Disturbo dello Spettro Autistico sono oggi sempre più frequenti. A tale disagio appare necessario cominciare a offrire delle risposte.

Si osserva come tali bambini manifestino il malessere, il senso di impotenza, la rabbia di non essere capiti, mettendo in atto atteggiamenti e comportamentali non riconosciuti idonei e dunque valutati a primo impatto come pericolosi e devianti

I bambini e i ragazzi caratterizzati da tale tipo di disturbo, spesso devono confrontarsi con molte difficoltà: genitori in uno stato di disorientamento causato dal mancato supporto istituzionale, una scuola generalmente non impostata per l’integrazione degli stessi alunni, discriminazioni da parte dei compagni che spesso tendono ad isolarli dal contesto classe.

Molteplici sono gli interrogativi che tale realtà suscita :quali sono le caratteristiche fondamentali del Disturbo dello Spettro Autistico?  In che modo i bambini vivono emotivamente le loro difficoltà? Come poter tutelare i minori in difficoltà?

Il DSA (Disturbo dello Spettro Autistico) “è un disturbo pervasivo dello sviluppo tra i più complessi e preoccupanti dell’età evolutiva, in vista del fatto che la sua fenomenologia colpisce la funzionalità del soggetto e permane per tutta la vita.” (SINPIA, 2005), e prevede una compromissione dell’interazione sociale, della comunicazione, delle abilità di gioco, interessi ristretti, ripetitivi, stereotipati( reazioni forti ai cambiamenti, presenza di routine non funzionali).

Ciò che subito si nota in classe è un bambino spesso definito diverso, problematico,“ingestibile”, ma la visione pedagogica che dovrebbe caratterizzare gli ambienti scolastici, parte dal riconoscimento della diversità, si evolve in una crescente capacità di integrazione delle differenze e di riduzione delle situazioni di handicap da esse generate, considerando la diversità stessa come un valore educativo.

La scuola è chiamata a partecipare attivamente alla crescita del bambino, considerando l’alunno innanzitutto come persona. È fondamentale che l’ambiente in cui un bambino vive, non neghi o fraintenda le sue difficoltà, ma lo aiuti ad affrontare la realtà.

L’intervento educativo scolastico ha una grande importanza nel percorso di crescita umana e sociale del bambino e attraverso la continuità educativa l’alunno potrebbe incrementare e sviluppare capacità cognitive, comunicative, sociali e di autonomia. Per programmare questo percorso bisogna capire l’allievo, imparare a pensare come lui.

L’insegnante di sostegno ha un ruolo rilevante in questo, in quanto più vicino al bambino come figura specializzata  che ha il fine di promuovere l’inserimento, la socializzazione, l’inclusione, l’integrazione dello stesso.

Per giungere a tale obiettivo, l’insegnante di sostegno e la curricolare hanno il dovere di collaborare in ottica propositiva richiedendo li dove è necessario anche l’ intervento di una figura professionale specialista esterna. Solo in tale modo il bambino potrà sentirsi accettato vivendo in un ambiente e in un gruppo classe accogliente.

Dott.ssa Caterina Valerio – Pedagogista