L’embargo americano su Cuba, il “colonialismo”, il “capitalismo” le “leggi del mercato selvaggio”. Su questi temi, vent’anni fa (esattamente il 19 novembre 1996) Fidel Castro ‘bacchettava’ i potenti del mondo con un discorso infervorato al summit della Fao, a Roma. Additava, condannando, gli abbienti che “non sanno cosa sia la fame”; denunciava le spese militari, a suo avviso folli in un momento storico in cui troppi muoiono di fame. Prima di questo discorso, graditissimo dalle Ong riunite al Forum sulla sicurezza alimentare, il ‘lider maximo‘ aveva ha parlato a centinaia di sostenitori, giunti nel grande albergo della capitale, che per due giorni si trasformò nel quartier generale di Castro a Roma.
“La vostra solidarietà – fu l’incipit del discorso durato ben due ore – rappresenta un prezioso scudo d’amore, lo stesso scudo che ha salvato molti uomini“. Poi i temi di rilevanza internazionale si susseguirono come un fiume in piena: l’importanza e dei limiti dei vertici mondiali; la ‘paura’ di molti capi di Stato a “parlare chiaramente“; l’America, che lui ha dichiarato di non odiare; il problema ambientale; la democrazia a Cuba; il sistema elettorale, l’accesso allo studio e l’assenza di mortalità infantile. In merito al vertice della Fao dichiarò fermamente che secondo lui sarebbe riuscito “almeno a creare consenso”, anche se il problema della fame nel mondo “è molto peggiore di quello che si è detto“.
Poi, uno dei temi che può gli stavano a cuore: “alcuni dirigenti politici e capi di Stato non possono dire quello che pensano. Hanno paura che gli vengano tolti i crediti” e di “dover rinunciare agli aiuti degli Istituti finanziari ed economici“. “Io vengo chiamato a parlare, non perché so di più, ma perché ho il privilegio dato dalle circostanze speciali che mi hanno escluso da tutti i crediti“. Posso dire quello che voglio, spiegò, perché “le banche mondiali non possono togliermi ciò che non ho“, dato che su Cuba pesava l’embargo, che egli definì non come una ‘blocco’, ma come “una guerra economica“.


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