I colossi americani della tecnologia sono le aziende i cui titoli hanno accusato le maggiori perdite in borsa in seguito all’elezione di Donald Trump: il neopresidente degli Stati Uniti ha infatti dichiarato guerra alla delocalizzazione e coloro che corrono i maggiori rischi sono soprattutto le compagnie, come Apple, che hanno all’estero la maggior parte delle fabbriche, dove hanno la possibilità di garantire gli elevati margini di guadagno con bassi costi di produzione, applicando orari e salari che nessun operaio statunitense accetterebbe. Il gruppo di Cupertino assembla i suoi prodotti in Cina, mentre i componenti vengono fabbricati principalmente in Cina, Giappone e Taiwan, dove hanno sede, ad esempio, gli stabilimenti della Foxconn, l’azienda che produce componentistica per quasi tutti i giganti americani dell’elettronica, già nota alle cronache del 2010 per una serie di suicidi tra i suoi dipendenti.

In un’intervista concessa al New York Times, Trump ha raccontato di aver ricevuto una telefonata da Cook, al quale avrebbe promesso sgravi fiscali così invitanti da convincerlo a produrre sul suolo americano. “Gli ho detto: ‘Tim, sai che una delle cose che per me costituirebbero un vero traguardo è quando porterò Apple a costruire un grande stabilimento negli Stati Uniti, o molti grandi stabilimenti negli Stati Uniti”, afferma Trump, “invece di andare in Cina, in Vietnam e nei posti dove andate, farete i vostri proprio qui”. “Capisco”, sarebbe stata la risposta del numero uno di Cupertino, che non ha ancora rilasciato commenti sulla sua conversazione con Trump. Trump ha proseguito il racconto della telefonata spiegando di aver offerto a Cook ingenti agevolazioni fiscali per convincerlo a produrre in patria: “Vi daremo incentivi e credo che lo farete, faremo un taglio delle tasse molto grosso per le aziende e ne sarete felici”. Il neo presidente non ha dimenticato neanche la lotta alla burocrazia. “Dobbiamo liberarci delle regolamentazioni, che stanno rendendo le cose impossibili”, avrebbe detto ancora Trump a Cook, “che siate progressisti o conservatori, potrei mostrarvi regolamentazioni che chiunque concorderebbe nel trovare ridicole, deve esserci un ‘liberi tutti’. Le aziende non riescono nemmeno a partire, non riescono a espandersi, stanno soffocando”.
Già con l’amministrazione Obama nel 2016 la produzione manifatturiera statunitense era salita ai massimi da dieci anni, ma poiché le nuove tecnologie consentono di produrre con minore manodopera, durante l’intervista con il New York Times, è stato chiesto a Trump se non fosse preoccupato che aziende come Apple avrebbero sì rimpatriato la produzione ma sostituendo gli operai con i robot. “Lo faranno e costruiremo anche i robot“, aveva replicato, “al momento non costruiamo robot, non costruiamo nulla. Ma lo faremo. La robotica sta diventando molto grande”. Inoltre in campagna elettorale il neopresidente aveva promesso di abbassare dal 26% al 15% l’aliquota sugli utili delle grandi aziende e di consentire il rimpatrio dei capitali detenuti dalle multinazionali all’estero con un vero e proprio “maxi condono”. Pertanto la Apple, se ne approfittasse, pagherebbe appena il 10% di tasse sui 216 miliardi di dollari depositati offshore. Cook ha dichiarato in passato che avrebbe riportato volentieri quelle somme in America se solo non fosse stato per le imposte “irragionevoli, retrograde e orrende”.