Dopo il fortissimo terremoto che ha colpito la Nuova Zelanda, con una potenza ben maggiore di quelli che stanno colpendo il Centro Italia dal 2009 ad oggi, si sono levate nuovamente le voci dei disfattisti all’italiana. “Incredibile, lì solo due vittime, da noi invece viene giù tutto” è una delle frasi più ripetute. E parte così la valanga di commenti di auto commiserazione di quanti ritengono che il resto del mondo sia avanzato e capace di affrontare le catastrofi mentre noi, come sempre, “poveri noi”, no.
Se da una parte è vero che il nostro patrimonio edilizio ha una urgente necessità di essere messo in sicurezza, ed è quindi necessario e meritorio rimboccarsi le maniche per ridurre la vulnerabilità di infrastrutture ed edifici, è anche vero che il continuo auto-compiangersi di una parte della popolazione italiana risulta quanto meno insopportabile.
Non solo perché come sempre è più utile il darsi da fare piuttosto che il piangersi addosso, ma anche perché – molto semplicemente – il discorso sulla nostra incapacità e vulnerabilità di fronte a terremoti considerati “molto più piccoli”, è sbagliata. Un sisma di magnitudo 8.0 o maggiore, non necessariamente ha sul territorio un effetto “migliaia di volte superiore” a quello di un terremoto di magnitudo 6.0, come argomentato dai disfattisti sulla base della semplice equazione: aumento magnitudo=aumento danni.

Nei danni causati da un sisma entrano in gioco infatti moltissime variabili, e la vulnerabilità degli edifici è solo una. Bisogna considerare l’ampiezza della faglia, il modo con cui si è mossa, la direzione nella quale si è mossa, la profondità dell’ipocentro, la lontananza dell’epicentro dai centri abitati, il tipo di sedimenti attraverso cui si sono mosse le onde sismiche, eccetera.
L’Italia ha la sfortuna di essere un paese con una altissima densità di abitanti, molto più di Nuova Zelanda e Cile. Le dimensioni fra Italia e Nuova Zelanda sono simili, ma in Italia ci sono oltre 60 milioni di abitanti, in Nuova Zelanda 4 milioni e mezzo, meno della Sicilia e del Veneto, più o meno come l’Emilia Romagna o il Piemonte. La densità abitativa dell’Italia è di oltre 200 abitanti per ogni chilometro quadrato, molto più alta di quella della Nuova Zelanda.
Una scossa che avviene a decine di chilometri di distanza da un centro abitato non ha gli stessi effetti di una che avviene sotto un centro abitato. Se poi aggiungiamo a questo il fatto che in Italia esiste un patrimonio architettonico antichissimo ed unico, che non esiste in paesi come Cile, California o Nuova Zelanda, con costruzioni molto più moderne, ecco che una buona parte dei motivi di auto-commiserazione cadono. Inoltre, i grandi terremoti del ‘900 e degli ultimi anni in Italia, sono avvenuti sempre a pochissima distanza da centri abitati con migliaia di abitanti.
Certo, restano molti punti critici, e queste parole non vogliono certo sminuirli: l’incapacità che abbiamo avuto in decenni di catastrofi di dotarci di un’edilizia antisismica nelle scuole, negli ospedali, nelle case, è grave, così come il criminale imbroglio di chi ha costruito senza rispettare una legge di edilizia antisismica risalente agli anni ’70. Davvero deplorevole anche lo scarso finanziamento dei governi alla ricerca scientifica, che trova una dimostrazione stupefacente nell’incompiuta mappatura geologica del territorio italiano (il CARG incompiuto) e nella lentezza con cui viene effettuata la microzonazione sismica a livello locale.
Eppure abbiamo una rete sismica nazionale di altissimo livello, studi sulla sismologia citati dai ricercatori di tutto il mondo e una testimonianza storica straordinaria sui terremoti del passato che ci aiuta a saperne di più e a prepararci. Se ci impegneremo. Insomma, come sempre tante contraddizioni, dal peggio al meglio. Per voltare pagina però, non serve certo piangersi addosso, ancor di più quando non è vero che all’estero si fa meglio che da noi.























































Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?