Alimenti: lotta all’antibioticoresistenza, in 3 anni -40% di farmaci nel settore avicolo

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Cresce l’allarme sul moltiplicarsi di superbug resistenti ai farmaci. E l’uso di antibiotici negli allevamenti è considerato tra le cause dell’antibioticoresistenza. “Ma la pratica di trattare gli animali da allevamento con antibiotici per favorire la crescita ed evitare le malattie negli allevamenti è vietata in Italia e in Europa dal 2006, anche se ancora diffusa in Paesi come gli Stati Uniti. In Italia c’è solo la possibilità utilizzare antibiotici a scopo curativo. E per legge la carne di pollo non può contenere residui di farmaci”. Parola di Lara Sanfrancesco, direttore di Unaitalia, che spiega all’AdnKronos Salute: “Il settore ha deciso di fare la sua parte contro l’antibioticoresistenza: in 3 anni siamo riusciti a ridurre del 40% l’uso del farmaco nel settore avicolo”. In che modo? “Grazie a un piano ambizioso per la riduzione del farmaco, che punta su prevenzione e miglioramento del benessere animale. Del totale dei farmaci venduti in zootecnia – prosegue – la filiera avicola ne assorbe il 18%, ma quando si parla di antibioticoresistenza si chiamano in causa sempre i polli. Ebbene, c’è un equivoco di fondo. Per legge sulla carne non ci possono essere residui di antibiotico. Ma il diffondersi dell’antibioticoresistenza va contrastato: è una questione ampia di Salute pubblica. Il settore si sta impegnando responsabilmente. E non ci fermeremo. E’ nostra intenzione andare avanti”. Ma cosa accade realmente oggi negli allevamenti avicoli italiani? “I farmaci non vengono mai somministrati in maniera preventiva, né per favorire la crescita degli animali, ma solo in presenza di patologie conclamate e sotto la responsabilità e il controllo veterinario. Inoltre, è sempre rispettato il cosiddetto ‘periodo di sospensione’, cioè il tempo necessario affinché il farmaco sia smaltito prima che il pollo venga avviato al consumo. Questo perché – ribadisce Sanfrancesco – la carne di pollo che mangiamo non può contenere antibiotici”. Lo garantiscono anche “i controlli effettuati dalle autorità sanitarie competenti”, precisa. Il corretto uso degli antibiotici è confermato dai risultati del Piano nazionale residui, che ha lo scopo di verificare che i farmaci veterinari siano utilizzati correttamente secondo le norme nazionali e comunitarie, “con percentuali di non conformità prossime allo zero”, continua Sanfrancesco. Ma quanta carne bianca mangiano gli italiani? Secondo Unaitalia, a fronte di un calo della spesa per le carni e i derivati pari a -7,5% a valori costanti, i prodotti avicoli – unico esempio tra le carni – hanno visto aumentare tra il 2009 e il 2015 i consumi (da 18,6 kg pro-capite a 20,2 kg) e la produzione (+9%). “Le carni bianche sono altamente proteiche – spiega la nutrizionista Elisabetta Bernardi – poco grasse, assai digeribili, con un buon contenuto di vitamine e sali minerali. Più in dettaglio, sono molto ricche di proteine di ottima qualità, ovvero con tutti gli aminoacidi essenziali, come la lisina che è importantissima per la crescita. Inoltre sono ricche di vitamine gruppo B, in particolare B1, B2 e B12, ma contengono anche ferro e zinco. Si chiamano carni bianche, infatti, ma non sempre c’è poco ferro – puntualizza l’esperta – In particolare, questo non è vero per tutti i tagli: ali e cosce di pollo ne contengono molto, al livello delle carni bovine”. “Si tratta di un alimento molto digeribile, adatto per bambini e anziani, ma anche per gli sportivi: queste carni sono ricche di aminoacidi ramificati tanto utili per chi fa attività fisica. Un’alimentazione equilibrata prevede il consumo di carni bianche 2-3 volte a settimana”, conclude la nutrizionista.