Medicina: nuovi farmaci alternativa alla terapia classica per la fibrillazione atriale

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L’armamentario terapeutico per la fibrillazione atriale si è allargato con l’arrivo dei nuovi anti-coagulanti orali, che per prevenire il rischio di ictus e di eventi tromboembolici legati a questa aritmia cardiaca possono rappresentare ormai un’alternativa al farmaco comunemente prescritto, secondo i risultati degli studi illustrati al meeting scientifico internazionale promosso da Daiichi Sankyo a Lisbona. “Dal ’54 al 2008 era disponibile solo un’opzione terapeutica per la fibrillazione atriale, il warfarin. Adesso – ha spiegato con un esempio Robert Giugliano, professore associato di Medicina al Brigham and Women’s Hospital di Boston – la ‘scarpiera’ si è davvero arricchita e si può scegliere la scarpa che meglio calza a ciascuno”. Gli studi e le analisi presentate a Lisbona hanno valutato efficacia e sicurezza di edoxaban, l’anticoagulante orale di Daiichi Sankyo, in diverse tipologie di pazienti con fibrillazione atriale arruolati in un trial clinico che ha coinvolto 21.105 persone (Engage Af-Timi 48). Nel dettaglio, una sub analisi ha riguardato pazienti con fibrillazione e valvole cardiache protesiche, che richiedono una terapia anticoagulante per prevenire la formazione di trombi nella circolazione venosa. “Ci sono pochissimi dati in materia – prosegue Giugliano – A 191 pazienti con valvole bioprotesiche sono stati somministrati edoxaban ad alto e ridotto dosaggio e il warfarin: i primi hanno presentato risultati migliori e tassi inferiori di ictus, sanguinamenti e decessi”. Secondo i risultati di un’altra sub-analisi, edoxaban “risulta associato a minori eventi avversi gravi e minore mortalità rispetto al warfarin – illustra ancora l’esperto – a prescindere dalla presenza di comorbilità, piuttosto frequente visto che la fibrillazione atriale è più diffusa fra gli anziani e i pazienti che soffrono di più patologie, non solo cardiovascolari”. E, a proposito di comorbilità, anche i pazienti con fibrillazione atriale e diabete di tipo 2 rappresentano una categoria “particolarmente a rischio – sottolinea Giugliano – il pericolo di ictus aumenta di 2-5 volte e quello di eventi trombotici e anche maggiore”. Ebbene, “i risultati degli studi hanno dimostrato che il profilo di efficacia e sicurezza di edoxaban è lo stesso fra tutti i pazienti: questo indica che il farmaco può rappresentare una buona alternativa al warfarin, a prescindere dalla presenza di diabete”. Infine, l”esercito’ dei malati oncologici. I pazienti in chemioterapia corrono un rischio 4-7 volte maggiore di tromboembolia e anche di più di recidive e di emorragie da anticoagulazione. “Le linee guida internazionali – afferma Andreas Goette, primario del Dipartimento di cardiologia e terapia intensiva al St. Vincenz-Hospital di Paderborn (Germania) – raccomandano eparina a basso peso molecolare per circa 6 mesi. Per il resto, sulla riduzione del rischio non disponiamo di dati a lungo termine”. Per colmare questa carenza, uno studio arruolerà circa 1.000 pazienti in 13 Paesi in Nord America, Europa, Australia e Nuova Zelanda, seguiti per almeno 12 mesi. “Il trial metterà a confronto edoxaban ed eparina per valutare la prevenzione degli esiti combinati di recidive tromboemboliche (Tev) o sanguinamenti maggiori, nei pazienti oncologici che soffrono di Tev acuta”, conclude Goette.