“L’aspetto più difficile da gestire è l’attesa, il fatto di non avere notizie. La paura per la sorte dei propri cari, la rabbia, l’ansia, anche il senso di colpa sono predominanti”. Così Roberto Ferri, vicepresidente della Società italiana psicologia dell’emergenza (Sipem), parlando con l’Adnkronos Salute, descrive come stanno vivendo queste ore di attesa i parenti dei dispersi, travolti dalla valanga che mercoledì scorso si è abbattuta sull’hotel Rigopiano di Farindola, ai piedi del Gran Sasso. La prima cosa da fare, spiega l’esperto “è dare un supporto psicologico per aiutare a vivere il dolore dell’attesa, perché sapere di poter contare su una presenza qualificata aiuta notevolmente. Poi nel momento in cui ci dovesse essere il ritrovamento di un parente non in vita – sottolinea – il supporto non sarà più solo emotivo ma anche di tipo sanitario”. Ma in che modo si può aiutare a gestire al meglio queste emozioni in una situazione di attesa così prolungata? “L’ansia, l’impotenza, la rabbia si possono manifestare anche nei confronti dei soccorritori. E’ legittimo provare dolore e sfogarsi e per questo – prosegue Ferri – la nostra presenza deve essere discreta. Hanno bisogno di parlare e sfogarsi quindi bisogna ascoltare ma senza essere invadenti”. Per chi sta aspettando notizie sulla sorte di un amico o di un parente “a volte le parole possono essere controproducenti. Bisogna evitare frasi stupide come ‘stai calmo’ o ‘stai sereno’ – raccomanda lo psicologo – L’aiuto più importante rimane il gruppo. Tenersi tutto dentro senza manifestare emozioni è una difesa utile per il breve periodo ma che rischia di sfociare in crisi improvvise e in atti di autolesionismo”. Lo stesso vale per i superstiti. “Il senso di colpa per essere sopravvissuti, per avere insistito per fare quel viaggio, per essere scappato e non essere riuscito a salvare qualcuno è molto comune. Bisogna ricordarsi che scappare è normale e sopravvivere non è una colpa”, conclude.
Valanga Hotel Rigopiano, psicologo: l’attesa è la fase più dura


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