Medicina: il CROI 2017 a Seattle tra proteste per il “Muslim Ban” e nuove sfide

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Dura la vita dei congressi a stelle e strisce nell’era del ‘muslim ban’. Dopo giorni di fibrillazione per l’ordine esecutivo varato dal presidente Donald Trump per bloccare temporaneamente i viaggi verso gli Usa dei cittadini di 7 Paesi musulmani (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen), Seattle si prepara ad aprire i battenti di un importante meeting internazionale: l’annuale Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche, Croi 2017, in programma da lunedì 13 a giovedì 16 febbraio. L’evento scientifico che accenderà i riflettori su nuove sfide, in particolare – ma non solo – sul fronte della lotta al virus Hiv, sarà fra le altre cose anche il banco di prova per i primi programmi basati sulla controversa ‘Prep’, la profilassi pre-esposizione (intervento farmacologico per prevenire il contagio nelle persone a rischio Hiv). E secondo le attese degli organizzatori, il summit dovrebbe portare nella città principale dello Stato di Washington – uno dei primi, fra l’altro, a intentare una causa contro il decreto presidenziale – quasi 4 mila fra scienziati, ricercatori, medici, studenti e persone impegnate a vario titolo nella lotta contro l’Hiv/Aids e altre malattie. “Si tratta – spiegano i promotori dell’evento – di un incontro internazionale, con quasi la metà dei delegati provenienti da Paesi al di fuori degli Stati Uniti”. La prima preoccupazione, sebbene ora attenuata dalla decisione della Corte federale d’appello di confermare la sospensione del decreto Trump, è stata proprio questa: che il bando sui viaggi potesse “avere un impatto su scienziati e ricercatori” che stavano “progettando di partecipare alla Conferenza“. Ma il timore è anche per le possibili reazioni dei colleghi stranieri al ‘muro’ alzato da Trump. Ne parlano gli stessi vertici del Croi che si dicono “consapevoli” del rischio che si inneschi una sorta di “boicottaggio degli incontri scientifici che si svolgono negli Stati Uniti“. Un rischio che alcuni media di settore davano come concreto, sulla base di alcune prese di posizione che circolavano al riguardo in ambienti scientifici internazionali. Tutto questo ha spinto nei giorni scorsi il Croi e la International Aids Society-Usa (che funge da segreteria della Conferenza) a prendere una posizione nettamente contraria al ‘muslim ban’ e a ribadirla più volte, definendo “arbitrarie” le restrizioni di viaggio “basate esclusivamente sulla religione o sull’origine nazionale“. A rincarare la dose l’intervento in prima persona di Susan Buchbinder, direttrice del Bridge Program al San Francisco Department of Public Health e Chair del Croi 2017. “Queste restrizioni minacciano di interrompere lo scambio di informazioni nella ricerca scientifica che è vitale per la risposta globale a problematiche sanitarie come l’Hiv/Aids, Ebola, Zika, e molte altre malattie infettive. Di conseguenza, mettono in pericolo, piuttosto che proteggere, la Salute e il benessere degli americani e delle persone di tutto il mondo“. Al di là dell’impatto immediato su chi è direttamente colpito dal divieto, “preoccupa seriamente il rischio che una simile politica dissuada altri scienziati e ricercatori dal recarsi negli Usa e condividere qui il loro lavoro con i colleghi“, aggiunge la vice-presidente del Croi, Judith S. Currier, docente di Medicina all’Ucla. “Una tale risposta all’azione degli Stati Uniti potrebbe gravemente danneggiare la nostra leadership mondiale nella scienza e nella medicina“. E basta tornare indietro di qualche decennio per capire la portata di questi timori. Il Croi nasce nel 1993, per offrire un’occasione di confronto fra ricercatori di base e clinici su studi di epidemiologia e biologia dei retrovirus umani e delle malattie associate. Proprio negli anni immediatamente prima, proteste e minacce di boicottaggio avevano travolto due Conferenze internazionali sull’Aids pianificate a San Francisco (1990) e Boston (1992). Allora, la molla della mobilitazione degli scienziati internazionali era stata ancora una volta un bando ai viaggi. Ma le restrizioni erano per gli ingressi in territorio statunitense di persone con Hiv. Introdotte nel 1987, le ha archiviate definitivamente Barack Obama solo nel 2010. Il Croi, fanno notare oggi i promotori per calmare gli animi, “è stata una Conferenza internazionale sin dal suo inizio ed è un modello globale di scienza collaborativa. Abbiamo messo in chiaro che i delegati provenienti da ogni parte del mondo, tra cui i Paesi citati nel decreto presidenziale, sono i benvenuti“. Esorta Constance A. Benson, presidente della Fondazione Croi: “Comprendiamo il desiderio di boicottare, crediamo però che la migliore forma di resistenza a questo divieto non sia quella di astenersi dallo scambio scientifico, ma di continuare a partecipare. Invitiamo i delegati a venire a Seattle e a schierarsi con noi contro la discriminazione, continuando a collaborare con tutti, a prescindere dal credo religioso, l’origine nazionale, o qualsiasi altra caratteristica personale, incluso la positività o negatività all’Hiv, la razza o etnia, l’orientamento sessuale o l’identità di genere“. Il Croi sarà occasione per fare il punto su una delle questioni più spinose sul fronte dell’Hiv: come migliorare la prevenzione e il trattamento delle persone più vulnerabili. Diversi momenti della Conferenza saranno riservati “ai risultati della ricerca di base, che speriamo ponga le basi per ulteriori sviluppi – dice all’AdnKronos Salute Andrea Gori, infettivologo dell’università degli Studi di Milano-Bicocca, ospedale San Gerardo di Monza, che sarà presente con il suo gruppo di ricerca al Croi – Ci aspettiamo i risultati di sperimentazioni sui vaccini, ampio spazio all’obiettivo dell’eradicazione definitiva dell’infezione e a strategie di questo tipo. Poi c’è l’arrivo imminente del ‘Taf’, farmaco che si può considerare un’evoluzione dell’antiretrovirale tenofovir, e che cambierà gli schemi“. E sarà il momento di vedere i risultati della Prep, la profilassi pre-esposizione per i soggetti più a rischio, nella vita reale. “Sappiamo sulla carta che può prevenire l’infezione fino all’80% circa – ricorda Gori – ma ora ci sono esperienze reali, in Francia, Uk, San Francisco“, mentre in Italia la Prep ancora non è disponibile. Per l’esperto “restano diversi punti interrogativi e questioni anche etiche su cui riflettere. Come e con quali modalità va erogata la Prep, a quali pazienti? Ci sono diversi modelli. Il problema da non sottovalutare è che adottarla significa dire che le strategie preventive, di sesso sicuro e di uso del preservativo, sono fallite“. L’ottica, incalza, “è quella della riduzione del danno: meglio la Prep che persone infette. Ma in presenza di questo intervento farmacologico preventivo, va considerato anche che alcuni studi segnalano un calo dell’uso dei preservativi e un aumento di altre malattie sessualmente trasmesse come sifilide, gonorrea, clamidia, trichomonas. Ci aspettiamo molto dibattito su questo“. Ma il Croi non è solo Aids. E l’evento sarà anche occasione per tirare le somme sulla lotta al virus Zika o sulla Tbc multiresistente, e per fare passi avanti nella conoscenza sempre più approfondita delle nuove super cure anti-epatite C, regolarmente accompagnate dal dibattito sugli alti costi e in Italia anche sulle modalità di classificazione dei pazienti a cui passare i farmaci con il Ssn.