Ricerca: prevedere l’autismo, segni precoci nel cervello dei bimbi a rischio

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Prevedere l’autismo prima che si manifestino i segni tipici del disturbo, così da intervenire precocemente con strategie mirate ad alleviare la sofferenza futura e a migliorare le capacità cognitive e l’inserimento sociale dei bimbi che potrebbero sviluppare la sindrome. E’ la prospettiva aperta da uno studio americano pubblicato su ‘Nature’, finanziato dai National Institutes of Health nell’ambito dell’Nih Autism Centers for Excellence Program. Utilizzando la risonanza magnetica su piccoli ad alto rischio autismo, cioè bambini con fratelli maggiori che già presentano la condizione, sulla base di cambiamenti precoci riconoscibili nel cervello gli autori sono stati in grado di identificare i futuri pazienti nell’80% dei casi. Secondo i dati dei Cdc statunitensi, negli Usa è autistico un bimbo su 68. I fratelli dei piccoli con diagnosi di autismo, rispetto alla popolazione generale, hanno maggiori probabilità di svilupparlo a loro volta. E benché non esista al momento una cura per il disturbo, diagnosi precoce e interventi tempestivi possono aiutare i piccoli colpiti. Ricerche precedenti hanno indicato che le persone con autismo hanno un cervello più grande, una caratteristica che può essere individuata già durante l’infanzia. Il nuovo lavoro lo conferma e suggerisce il potenziale predittivo di questi segni ‘spia’. Benché si tratti del primo studio che fa sperare nella possibilità di codificare un giorno una tecnica capace di prevedere l’autismo, gli scienziati tengono a precisare che “sono necessari ulteriori ricerche”. Nella nuova ricerca, coordinata dall’università del North Carolina, gli autori hanno utilizzato la risonanza magnetica eseguita durante il sonno per valutare le differenze nello sviluppo cerebrale di 3 gruppi di bambini: piccoli ad alto rischio familiare (con fratelli più grandi autistici) che hanno poi ricevuto una diagnosi di autismo a 2 anni, l’età in cui tipicamente si iniziano a riconoscere i sintomi del disturbo; bimbi ad alto rischio che a 2 anni non hanno mostrato segni di malattia; bambini a basso rischio familiare che all’età di 2 anni non hanno manifestato autismo. Tutti sono stati esaminati a 6, 12 e 24 mesi. E’ emerso che i bambini autistici hanno un tasso di crescita più veloce della superficie cerebrale tra 6 e 12 mesi, come pure fra 12 e 24, rispetto ai piccoli non autistici. Successivamente, gli studiosi hanno inserito i dati della risonanza magnetica a 6 e 12 mesi (volume cerebrale, ampiezza della superficie cerebrale, spessore della corteccia) in un programma computerizzato che proprio in base alle informazioni dell’imaging – quindi alla forma e alle dimensioni del cervello – ha classificato i bambini maggiormente ‘candidati’ a corrispondere a un quadro di autismo all’età di 24 mesi. L’algoritmo prodotto dal cervellone è stato dunque applicato su un ‘set’ separato di partecipanti allo studio, ed ecco il risultato: i segni cerebrali individuati a 6 e 12 mesi hanno permesso di identificare con successo 8 su 10 dei bimbi ad altro rischio autismo che effettivamente si sono ammalati a 2 anni.