Sanità: dopo l’angioplastica “il 39% delle visite potrebbe essere risparmiato”

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Troppe visite dopo un intervento di angioplastica: il 40% è inutile e gonfia, senza necessità, le liste d’attesa. Controlli che potrebbero essere evitati con una valutazione di pochi minuti, una sorta di ‘triage’ come si fa per l’ingresso al pronto soccorso, per assegnare, ai circa 150.000 italiani che ogni anno si sottopongono a questo intervento, una delle tre classi di rischio crescente che richiedono un percorso diverso per i controlli negli anni successivi. Lo spiegano i cardiologi riuniti a Milano in un convegno, realizzato con il contributo di Menarini, per presentare questa strategia condivisa dalla Società italiana di cardiologia interventistica (Gise), Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco), Gruppo italiano di cardiologia riabilitativa e preventiva (Gicr-Iapcr), Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg) e Associazione regionale cardiologi ambulatoriali (Arca). Secondo gli specialisti, infatti, seguire i tre diversi protocolli previsti per ogni categoria di pazienti consentirebbe di liberare risorse per chi ha più bisogno di essere seguito, evitando controlli inutili a chi invece è a basso rischio. L’obiettivo degli esperti riuniti a Milano è far sì che le Regioni utilizzino al meglio questi semplici protocolli, che si sono dimostrati estremamente efficaci, così da migliorare l’appropriatezza delle prestazioni e la qualità di vita dei pazienti anche grazie all’ausilio dei più moderni approcci terapeutici. “L’idea che ci ha mosso è semplice: fare più controlli ai soggetti ad alto rischio dopo un’angioplastica e meno visite a chi invece ha una bassa probabilità di avere ulteriori problemi, in una sorta di follow up ‘sartoriale’ tagliato su misura sulla base delle reali esigenze di ciascun malato”, spiega Giuseppe Musumeci, responsabile scientifico del convegno e presidente della Società italiana di cardiologia interventistica. “E’ necessario accertare la classe di rischio del paziente, ma bastano pochi minuti per farlo: abbiamo individuato tre categorie A, B e C a rischio decrescente e verificato che il 15% dei pazienti è in classe C, a basso rischio, mentre il 65% ricade nella categoria intermedia B e il 20% in quella a pericolo maggiore A”, Aggiunge Musumeci. Da un’indagine condotta su circa 800 pazienti in due ospedali, il Niguarda di Milano e il Carlo Poma di Mantova, spiega ancora Musumeci “emerge che oggi ognuno viene sottoposto in media a 4,5 visite di controllo nei due anni successivi all’angioplastica, ma se applicassimo il nostro protocollo a ‘tutele crescenti’ il 39% delle visite potrebbe essere risparmiato, con uno snellimento delle liste d’attesa ospedaliere e una maggiore appropriatezza delle prestazioni, più incisive e assidue quando serve di più”. Il protocollo prevede una visita cardiologica in un anno e poi controlli dal medico di base per i pazienti di grado C, se restano stabili e non emergono nuovi sintomi; per i pazienti di livello intermedio B sono raccomandate due visite cardiologiche a distanza di sei mesi nel primo anno e quindi un controllo annuale; nei malati più seri, di grado A, servono visite più frequenti e soprattutto esami strumentali come l’ecocardiografia, non necessari per le altre categorie. “Con questo schema molto semplice si possono garantire cure più appropriate a tutti per il migliore recupero funzionale in quanto anche l’aderenza alle terapie migliora con un follow up più mirato, soprattutto nei pazienti ad alto rischio nei quali le visite più frequenti diventano un mezzo per richiamare alla necessità di assumere i farmaci correttamente – riprende Musumeci – Ma per raggiungere questi risultati è necessario un approccio multidisciplinare che coinvolga non solo i centri e le strutture di cardiologia ma anche i medici di famiglia che da oggi hanno accesso anche alle più moderne terapie”. Il ruolo dei medici di medicina generale, sostiene il cardiologo, “è infatti fondamentale per assicurare un costante monitoraggio clinico del paziente, favorire l’assunzione della terapia farmacologica più adatta e procedere ad eventuali ‘ritocchi’ terapeutici, nonchè prescrivere esami clinici e strumentali ‘personalizzati’, contribuendo ad ottimizzare le risorse sanitarie”. “La nostra strategia è di semplice applicazione, dovrebbe e potrebbe essere attuata in tutta Italia, ma serve un coinvolgimento più attivo delle istituzioni. Con questo convegno speriamo di aumentare la sensibilità generale sull’argomento e proviamo a diffondere il messaggio fra i colleghi cardiologi e medici di base, così che possano impegnarsi in prima persona per vedere applicato il protocollo di follow up dopo angioplastica”, conclude Musumeci.