Primo Maggio, dalla strage di Portella all’omicidio di Falcone e Borsellino: sul legame Stato – mafia parla lo storico Lupo

Il 1 Maggio 1947, a Portella della Ginestra, Salvatore Giuliano sparò su una folla che festeggiava la festa dei lavoratori. La strage causò 11 morti e 27 feriti. Il 23 Maggio 1993 il magistrato Giovanni Falcone e la sua scorta furono uccisi nella strage di Capaci. Quasi due mesi dopo, il 19 luglio 1992, in via d’Amelio, Paolo Borsellino e la sua scorsa vennero assassinati. Stragi diversi, che sembrano legati da un filo comune e dalla stessa strategia della tensione. Un aspetto importante, in cui nella ricerca e uccisione di Salvatore Giuliano, che avuto come risultato la stabilizzazione di un sistema politico fondato sulla Democrazia Cristiana, emergeva una collaborazione tra la mafia e lo Stato. Lo spiega lo storico Salvatore Lupo, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Palermo, in un’intervista all’AGI.

“Non esiste una unica regia per tutte le stragi, né in Italia né in America, dove qualcuno crede che Giuliano si sia rifugiato”, una bufala diffusa nel 2010 che spinse l’allora sostituto procuratore Antonio Ingroia a far riesumare la salma del bandito per accertarne l’identità. Riportiamo di seguito l’interessante intervista di Fabio Greco per l’AGI.

Professore, la strage di Portella della Ginestra inaugura anche una stagione di bufale, ovvero di quelle ‘fake news’ che oggi inquinano la ricerca della verita’, fanno dimenticare anche verita’ accertate. Vuole fare chiarezza? Chi commise la strage di Portella della Ginestra?

“Salvatore Giuliano, indubitabilmente. E che altrettanto indubitabilmente e’ morto. Nessun giornale o quasi scrisse che il Dna della salma riesumata provava cio’ che era ovvio: quel cadavere era del bandito”.

Eppure, si arrivo’ a quella riesumazione. Perche’? Perche’ a una verita’ storica si crede sempre meno che a una leggenda? Perche’ un film come quello di Pif, “In guerra per amore’, riesce a far credere che lo sbarco degli americani in Sicilia fu organizzato dalla mafia?

“Il peso delle cose che dico io, storico, e’ minore rispetto all’interesse che puo’ avere la bufala, che da’ forma a un sentire comune, a una utilita’ politica. Quel che dico io non necessariamente ha utilita’ politica. Sono due livelli diversi, che non si possono confrontare tra loro. A me piacerebbe che la verita’ emerga, ma mi rendo conto che ci sono ambiti sociali diversi. E’ come l’idea che i vaccini fanno venire l’autismo: c’e’ gente che per qualche ragione interiore vuole una spiegazione che semplifichi. Io non dico che i complotti non possano avvenire, ma che bisogna distinguere tra cose possibili e cose non possibili, plausibili e non plausibili. Ognuno dice le idiozie che vuole e fa disinformazione come ritiene di fare. Quanto a Pif, l’opera artistica si fonda sulla fantasia; ma sul piano storico e’ una balla megagalattica”.

Torniamo a Portella della Ginestra: rappresenta il primo capitolo di una Italia dei misteri. E’ d’accordo?

“No. Questa tesi lascia intendere l’esistenza di una unica sequenza di complotti, e magari una unica regia. E’ fuorviante. Non si capirebbe perche’ dopo questo eccidio siano passati vent’anni, fino alla strage di piazza Fontana”.

Esiste, pero’, un mix che si ripresenta : una strage in funzione anticomunista, mandati ancora impuniti, una strategia della tensione.

“Si, ma cio’ non vuole dire che sia il primo capitolo di una sequenza, bensi’ che vi sono logiche e dei meccanismi analoghi a quelli di altre stragi. Portella serve ad alimentare la tensione, nella speranza che i movimenti di sinistra rispondano sullo stesso piano, cosi’ da creare una guerra civile. La strage avviene nel momento della disintegrazione del movimento separatista, nel suo momento terminale, in cui qualcuno ritiene che l’unico modo per uscire da questa crisi sia sparare sui comunisti, sperando che questi rispondano , e che questo avrebbe portato alla necessita’ di uomini d’ordine”.

Dunque, gli Stati Uniti nulla ebbero a che fare con la strage? E Mike Stern, che nella primavera del 1947 riusci’ a scovare Giuliano mentre tutti lo cercavano invano e lo intervisto’ per il periodico ‘True’, chi era?

“Stern e’ un giornalista, uno spione, arruolato dai servizi segreti. L’intelligence lo manda da Giuliano, gli dice di parlare con lui, di vedere quel che racconta; ma quando Giuliano scrive a Harry Truman, lo fa attraverso la segreteria del presidente americano, e la segreteria cestina la lettera: solo un cretino puo’ mandare a Truman una lettera dicendo ‘io ti ammazzo i comunisti, tu fammi ricco’. Giuliano non ha altri canali che quelli; se avesse un canale serio non farebbe cio’ che fa. E non serve Truman per mettere in piedi una strategia della tensione”.

A distanza di anni dalla strage sembra legittimo porre una domanda allo storico, e non piu’ solo al magistrato: perche’ non furono mai trovati i mandanti?

“Nelle polemiche coeve e anche nella sentenza emessa al termine del processo di Viterbo forse i mandanti ci sono, ma quella stessa sentenza individua e nega al tempo stesso la dimensione politica di quella strage. In realta’, si e’ davanti a una connessione politica tra la banda Giuliano e altri elementi della destra palermitana. Esiste una convergenza di interessi segnata dall’appartenenza agli stessi gruppi politici, che si appoggiavano a questi criminali. Questo elemento si ripresenta nella storia d’Italia, ma si tratta di una fenomenologia e non di una unica regia. Vi sono somiglianze: i mandanti non si trovano perche’ scatta una operazione di cover-up, di copertura, e non necessariamente quelli che fanno la copertura sono i colpevoli: quelli che coprono non vogliono fare terra bruciata di un terreno di convergenza tra la Democrazia cristiana e la destra. Non vogliono creare un campo di terra bruciata in cui non possa passare piu’ nessuno, una volta che siano stati individuati i mandanti”.

La mafia, che ruolo ebbe in quella vicenda?

“Nella caccia disperata e intensiva a Giuliano viene mobilitato di tutto, e questo alla lunga crea relazioni inconfessabili. Molte delle cose importanti che renderanno difficile la scoperta della verita’ avvengono dopo la strage: la mobilitazione da parte di carabinieri di gruppi mafiosi per trovare e magari uccidere Giuliano; il ruolo di Pisciotta nell’uccisione del bandito, il fatto che fu il colonnello dei carabinieri Luca a organizzare tutto questo. Anche la polizia aveva infiltrati, alcuni dei piu’ noti mafiosi della zona: tutto cio’ dimostra che la mafia non e’ affatto onnipotente, come la si vuole dipingere, ma e’ uno strumento di relazione tra apparati di sicurezza in quella societa’, in cui tutto il know-how accumulato nelle operazioni Mori oppure nei Corpi di repressione del banditismo viene riutilizzata”.

E’ in quel momento che la mafia si costituisce come intermediario con lo Stato?

“E’ uno snodo importante. La mafia del ’44 – ’45 e’ compattamente schierata dietro il movimento separatista (che gia’ cominciava a guardare alla Dc), ma quando tutti i maggiorenti del movimento separatista si dividono, le rispettive milizie mafiose li seguono. La strage di Portella arriva proprio in uno di questi momenti. Gli apparati di sicurezza mobilitano alcuni di questi personaggi per farsi dare Giuliano, invischiato in questa ala estremista e che non puo’ piu’ tornare indietro dopo aver promesso la ‘rivoluzione’. Il discorso dei mandanti, dunque, non e’ semplice: Giuliano per suo conto punta su una radicalizzazione dello scontro perche’ si convince, o qualcuno lo convince, che solo da uno scontro totale lui si potra’ salvare. Giuliano si e’ troppo sbilanciato per rientrare nella legalita’, a meno che accada una rivoluzione. I suoi ex interlocutori sanno gia’ che questa rivoluzione non ci sara'” D: Prima di Portella c’erano stati omicidi di sindacalisti ed esponenti politici in quell’area R: “Certo. C’era una situazione di grande tensione. A Piana degli Albanesi c’era gia’ una tradizione di delitti politici risalente al dopoguerra precedente, di omicidi di dirigenti socialisti; c’era una lotta della terra che stava ripartendo, e determinava situazioni di microconflittualita’ in cui alla mafia era stata affidata la difesa dell’ordine latifondistico; oppure, al contrario, accadeva che alcuni mafiosi cercassero di controllare spezzoni del movimento per avere alcuni vantaggi. Tutto questo veniva definito con la violenza”.

Prima della strage di c’erano state le elezioni regionali, con un successo del Blocco popolare

“Un successo, ma non una vittoria. In realta’ il Blocco non aveva, contrariamente a quel che si dice, alcuna possibilita’ di andare al governo della regione. De Gasperi era gia’ riuscito, dal canto suo, a spaccare il movimento separatista e trarne i voti necessari per il governo del paese. Da Roma arriva il segnale che la strada e’ l’alleanza tra le destre: le destre sono molto piu’ forti su scala regionale che nazionale, prendono molti piu’ voti alle locali che nazionali, dove il voto di destra si concentra sulla Dc. Se la strage ha un grande significato politico, e’ sul piano regionale: in una situazione in cui si va all’accordo tra destre e Dc, con destre composite e indipendentismo in via di sfaldamento, serve sapere chi fara’ e come fara’ questo accordo, se in una situazione di estrema tensione o meno. Qualcuno cerca di far salire la tensione per aumentare il prezzo della propria collaborazione”.

Ci riesce?

“La provocazione non riesce, intanto, perche’ il PCI mantiene i nervi saldi e fa una scelta legalitaria. Si tratta di una scelta vincente, che smonta quella operazione, pero’ il governo regionale si forma con un’alleanza tra la Dc e gruppi monarchico-qualunquisti. La idea secondo cui la strage e’ stata compiuta per bloccare l’avanzata dei comunisti verso il potere e’ una idiozia: i comunisti non avevano alcuna possibilita’ su scala regionale dopo che si era avuta la grande spaccatura planetaria a Yalta e dopo che tutto era stato deciso con il viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti. I comunisti se la raccontano in altro modo, ma non e’ plausibile. La Dc, successivamente, questi suoi alleati li mette in riga”.

Professore, chi era Salvatore Giuliano?

“Un bandito, al quale fu detto che lo avrebbero arruolato in un grande partito rivoluzionario che contava sui banditi. Si ubriaco’ di se stesso, forte di un consenso popolare nell’area in cui operava; ha pensato di fare la grande politica e ovviamente non c’e’ riuscito”.

Ricorda un po’ il Toto’ Riina degli ultimi anni, il capo stragista di Cosa nostra

“Si’, certo. E’ una ubriacatura di onnipotenza che deriva dalla capacita’ di usare le armi. La differenza con Riina e’ che Giuliano opera in un sistema che vede emergere una potenza come la Dc, mentre quello attorno a Riina e’ un contesto di disintegrazione del sistema politico, segnato dalla fine della prima Repubblica: gli elementi contestuali sono ben diversi”.

A 70 anni dalla strage di Portella potrebbero venir fuori documenti rilevanti su quella vicenda?

“Io penso di no, pero’ e’ vero che i nostri apparati di sicurezza non brillano per trasparenza. Penso che diversi documenti siano gia’ stati distrutti, ma se qualcuno vuol fare questa battaglia, io la sostengo”.