L’uranio impoverito fa l’ennesima vittima: Antonio Attianase è morto dopo 13 anni dalla missione in Afghanistan

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Il caporal maggiore dell’Esercito Italiano, Antonio Attianese, 38enne originario della provincia di Salerno, ammalatosi di tumore 13 anni fa dopo due missioni in Afghanistan e morto ieri nella sua casa di Sant’Egidio del Monte Albino. Antonio aveva raccontato la sua storia alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’Uranio impoverito solo tre mesi fa, e aveva spiegato come dai superiori non avesse ottenuto alcun sostegno, ma solo “minacce e intimidazioni“. La Commissione, costituita proprio per i numerosi militari che si trovano in situazioni simili a quella di Attianese, aveva trasmesso gli atti al procuratore militare della Repubblica presso il Tribunale militare di Roma, in attesa che il tutto fosse esaminato.

Il caporal maggiore, che si era arruolato negli Alpini paracadutisti, aveva preso parte a due missioni in Afghanistan: la prima a Kabul per Isaf dal maggio al settembre 2002; la secondo a Khost per Enduring Freedom dal febbraio al maggio 2003. Al rientro gli viene diagnosticato un carcinoma alla vescica e ha inizio ciò che lui stesso ha definito “un calvario psicofisico e burocratico”. Da quel momento Antonio è stato sottoposto a ben 35 interventi chirurgici, con l’asportazione della vescica e un trattamento di chemioterapia sperimentale. “Non ho mai saputo – aveva spiegato lui stesso alla Commissione parlamentare – della pericolosità dell’Uranio impoverito, mai saputo che in quelle zone c’era da difendersi anche da questo nemico invisibile. Quando chiedevamo informazioni ai nostri superiori sui rischi, ci dicevano che erano sciocchezze inventate per andare contro il Governo ed i militari“.

Dopo i primi interventi subiti, “senza ne’ una telefonata ne’ alcuna assistenza dalla mia caserma“, nel 2005 aveva provato a chiedere almeno il rimborso delle spese sostenute, e dopo un chiaro diniego si era rivolto ad un avvocato. A quel punto, aveva raccontato ancora Attianese “sono stato convocato a rapporto da un capitano e da altri ufficiali ed ho subito minacce ed intimidazioni che ho registrato col telefonino: vi consegno il file per poterle valutare“. Oltre all’evidente danno economico “quelle parole mi hanno provocato un malessere forse anche peggiore della malattia: mi hanno fatto sentire in colpa per essermi ammalato“.

Nonostante la battaglia condotta nelle sedi legali coinvolgendo la pubblica opinione per chiedere i legittimi riconoscimenti e le indennita’ dallo Stato – affermano nel dare la notizia della morte di Antonio le associazioni Assoranger e Assomilitari da lui stesso presiedute e fondate da colleghi – Antonio non ha ancora ricevuto le risposte dovute. Al momento del decesso e’ ancora abbandonato dallo Stato e dalle Istituzioni, dalle quali ha ricevuto dodici anni di inspiegabili omissioni e assordanti silenzi“. “I colleghi – si legge in una nota delle associazioni – annunciano che ‘il caso Attianese’ non si chiude con il decesso del collega, ma che la battaglia, che e’ anzitutto di civilta’ e umanita’, continuera’ nutrita dalla partecipazione dei moltissimi militari che, in tutta Italia, hanno risposto all’appello“. Antonio lascia nel pieno sconforto e nell’amarezza la moglie e due figli di 5 e 6 anni. Domani i funerali nel suo paese.