Sono oltre 7.000 i terremoti registrati nell’Italia centrale dal 2009 al 2013 grazie alla più alta concentrazione di stazioni sismiche, dislocate dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) nell’area al confine tra Lazio, Abruzzo, Molise e parte della Campania. In questo modo e’ stato possibile individuare, in queste zone, strutture sismiche capaci di generare forti terremoti, di magnitudo fino a 6.9. la ricerca, pubblicata sulla rivista Tectonophysics, e’ stata coordinata dallo stesso Ingv. L’esperimento si chiama Slam (Sismicita’ Lazio-Abruzzo-Molise) e’ stato avviato per controllare la crisi di Campoli Appennino, in provincia di Frosinone, avvenuta fra settembre e ottobre 2009, ha spiegato Alberto Frepoli, dell’Ingv.
L’idea di ampliare il numero di stazioni sismiche e di estenderlo a un’area piu’ vasta risale all’estate 2010, con la raccolta sistematica dei dati acquisiti dalla Rete Sismica Nazionale dell’Ingv e dalla piccola rete temporanea di quattro sensori sismici del progetto pilota di Campoli Appennino. “Con circa 100 postazioni sismiche, quindi, e’ stato incrementato il numero di eventi rilevati, che – ha rilevato Frepoli – hanno raggiunto per il quinquennio 2009-2013 il numero totale di 7.011”. Di questi eventi, 6.270 “presentano una buona localizzazione” e sono quindi molto utili per avere un quadro piu’ specifico dei meccanismi tipici della zona e per ricalcolare le magnitudo di tutti gli eventi registrati.
Grazie a questi dati, quindi, diventa possibile avere “indicazioni per la valutazione del rischio sismico nella regione studiata, considerando – ha rilevato il ricercatore – che in quest’area sono presenti diversi centri abitati con piu’ di 10.000 abitanti posti in prossimita’ del complesso sistema di faglie attive appenniniche”.


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