Il virus del Nilo Occidentale viaggia lungo il Po, una mappa per fermarlo

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La sua porta d’ingresso nel Belpaese si trova in un’area tra l’Adriatico e la valle centrale del Po. Comincia da qui il viaggio italiano della variante 2 del virus del Nilo Occidentale, lungo una linea precisa tracciata dal corso del grande fiume. Un viaggio lungo anni, che potrebbe aver inizio nel 2008, ben prima del suo primo isolamento in ospiti umani, e che continua verso Sud seguendo gli affluenti dell’imponente fiume padano. E’ la mappa dei suoi spostamenti, disegnata da un team di scienziati dell’università degli Studi di Milano che con uno studio pubblicato su ‘Plos One’ ha ricostruito – seguendo le tracce del suo Dna – l’origine, il modo e le vie attraverso cui l’epidemia da West Nile virus-2 si è diffusa in Europa. Fino in Italia, dal 2015 il Paese europeo col maggior numero di casi segnalati all’anno.
Informazioni utili, spiegano i ricercatori, per fermarlo, per prevenire e contrastare un’ulteriore espandersi dell’infezione. La ricerca condotta dal team di Gianguglielmo Zehender, professore nel Laboratorio di malattie infettive della Statale, in collaborazione con le università di Padova e Pavia e gli Istituti zooprofilattici di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, rappresenta una delle prime applicazioni in Italia delle tecniche di analisi filogenetica avanzata. Il lavoro si è basato sulla caratterizzazione della sequenza di virus isolati in Italia e ha sfruttato competenze peculiari dell’ateneo milanese nella ricostruzione su base filogenetica dell’origine e diffusione di patogeni emergenti. I fiumi, come suggerisce il suo stesso nome, sono nel destino di questo virus che dà i suoi primi segni di sé nel lontano 1999.
In quell’anno si comincia a parlare di un nuovo microrganismo trasmesso da zanzare che fa la sua improvvisa comparsa nel continente americano, causando un’epidemia nella città di New York. Nel giro di pochi anni diventerà endemico in tutto il continente, dal Canada al Venezuela, causando nei soli Stati Uniti circa 20 mila casi di malattia neuro invasiva e più di 2 mila morti. Il responsabile di tutto questo è il virus del Nilo Occidentale, che prende il nome dal distretto dell’Uganda dove è stato isolato per la prima volta nel 1937. Uomini, cavalli e altri mammiferi possono essere accidentalmente infettati da zanzare che si sono precedentemente nutrite col sangue di uccelli infetti, che rappresentano il vero serbatoio del virus.
L’infezione umana è asintomatica nell’80% dei casi, ma può causare febbre e in circa un caso su 150 una meningo-encefalite frequentemente mortale, soprattutto nei pazienti anziani. In Europa West Nile era noto per essere stato isolato in animali e in casi umani sporadici fino dagli anni ’60 e per aver causato nel 1996 un’epidemia in Romania, durante la quale erano stati segnalati i primi casi di malattia neuro invasiva, di cui era risultato responsabile il lignaggio 1 del virus (Wnv-1). Col nuovo secolo, lo scenario cambia.
Nel 2004, per la prima volta fuori dall’Africa, una variante diversa dello stesso virus denominata Wnv-2 viene isolata in uccelli selvatici catturati in Ungheria. Wnv-2 si diffonde rapidamente verso sud-est, nella penisola Balcanica e nel Mediterraneo orientale: nel 2010 causa una grave epidemia nel Nord della Grecia e penetra anche in Italia. “Dopo il suo ingresso in Ungheria nel 2004 – spiega Zehender – si ipotizza che Wnv-2 abbia raggiunto il nostro Paese intorno al 2008, 4 anni prima del suo primo isolamento in ospiti umani. Il luogo di ingresso è stato stimato in un’area compresa tra l’Adriatico e la valle centrale del Po. Da qui, il virus si sarebbe diffuso lungo l’asse del maggior fiume italiano: verso Est raggiungendo il delta del Po e il Veneto, e verso Ovest penetrando in Lombardia e in Piemonte“.
Per la prevenzione della trasmissione trasfusionale di Wnv in Italia, dal 2008 è in atto un piano di sorveglianza nazionale che prevede la ricerca sistematica del virus, tra giugno e ottobre, in campioni di zanzare e animali sentinella (uccelli e cavalli). “Nella stagione passata (2016) l’epidemia sembra essersi diretta verso sud, lungo il corso dei principali affluenti del Po, frequente tappa di uccelli migratori, potenziali serbatoi dell’infezione. Mentre – conclude Zehender – per la nuova stagione estivo-autunnale, appena iniziata, non si sono ancora palesate segnalazioni dagli animali sentinella“. (AdnKronos)