L’acqua è la base dell’esistenza. La siccità, le risorse idriche limitate, i cambiamenti climatici, lo sviluppo delle produzioni industriali ed agricole, la crescita della popolazione mondiale hanno infatti contribuito ad accrescere il problema della carenza idrica.
Alcune stime dell’UNEP, programma ambientale delle Nazioni Unite, prevedono che, entro il 2025, oltre due terzi della popolazione mondiale vivra’ in condizioni di scarsita’ idrica, ma si tratta di un problema molto più vicino di quanto si pensi: in Spagna, infatti, le condizioni di scarsità sono già realtà.
Osservando i consumi idrici in agricoltura, è quasi naturale fare riferimento alla coltura irrigua per eccellenza: il riso, accusato proprio di un eccessivo consumo di acqua. La questione tocca anche l’Italia, che ne vanta una tradizione millenaria. Sono dunque diverse le metodologie elaborate per rispondere alle esigenze di gestione sostenibile delle risorse idriche. L’Organizzazione Internazionale degli Standard (ISO) ha introdotto nel 2014 una norma internazionale, l’ISO 14046, dove “l’impronta idrica e’ definita come una quantificazione dei potenziali impatti ambientali che un prodotto, un processo od un’organizzazione possono avere sulle risorse idriche in un’ottica di “ciclo di vita”.”
Si tratta di una definizione evoluta che permette di supportare scelte di gestione sostenibili. In tale contesto si inserisce l’attivita’ di ricerca dell’Universita’ di Padova, dove opera il Centro Studi Qualita’ ambiente (CESQA), coordinato dal prof. Antonio Scipioni. “Il CESQA – dice Scipioni – da anni sviluppa modelli di analisi e gestione delle conseguenze legate all’uso idrico in diversi campi, che vanno dalla gestione territoriale alla produzione industriale ed agricola. La nostra ricerca intende rendere disponibili valutazioni, che aiutino i privati e le pubbliche amministrazioni a identificare soluzioni per minimizzare gli impatti ambientali sulla risorsa.”
“L’impronta idrica evoluta e’ uno strumento in grado di misurare e farci comprendere le potenziali conseguenze dell’utilizzo idrico, non fermandosi al mero consumo – sottolinea Alessandro Manzardo, ricercatore del CESQA, che ha contribuito allo sviluppo della norma ISO 14046 – Si vedono spesso pubblicare numeri di sicuro impatto come l’uso di 3.400 litri d’acqua per un chilo di riso o di 4.650 litri d’acqua per una bistecca; tuttavia la nostra attivita’ di ricerca dimostra che per perseguire una gestione sostenibile e’ necessario adottare un approccio olistico, che guardi all’ambiente nel suo complesso come, ad esempio, il luogo e la stagione, dove il prelievo idrico avviene.”
“Come dimostra il lavoro condotto dall’Universita’ di Padova – prosegue Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – il concetto di impronta idrica va contestualizzato: se in Piemonte e Lombardia non allagassimo le risaie, perderemmo i fontanili piu’ a valle; se in Veneto si sopprimesse l’irrigazione a scorrimento scomparirebbero zone umide, prati stabili e molte risorgive. Fondamentali sono le condizioni di partenza: in una zona arida, ogni goccia d’acqua e’ una risorsa vitale inestimabile; in aree idricamente ricche, come ancora alcune zone d’Italia, la risorsa va usata al meglio anche per mantenere panorami ed ambienti naturalistici, che abbisognano di acqua e che il mondo ci invidia.”
La risaia in particolare, permettendo di riutilizzare la medesima acqua più volte, rappresenta la coltura, che meglio ottimizza l’uso delle risorsa idrica con tecniche di irrigazione tradizionali. Le risorse idriche utilizzate in risicoltura non sono sottratte ad altri usi. Inoltre, la necessita’ di sommergere le risaie nei mesi di aprile e maggio, consente di utilizzare acque mediamente abbondanti, grazie alle precipitazioni primaverili ed allo scioglimento delle nevi a quote basse, che altrimenti defluirebbero senza alcun beneficio per il territorio.
Nessun altra coltura e nessun altro sistema irriguo, anche se innovativo e apparentemente in grado di ridurre i fabbisogni idrici, e’ in grado di garantire tali “performances” a livello di comprensorio irriguo, tenendo presente che alla risaia basta un “filo d’acqua” per assicurare la riuscita del raccolto. “L’impronta idrica evoluta – conclude Scipioni – e’ uno strumento ancora poco conosciuto, ma dalle grandi potenzialita’ e che potra’ aiutare il nostro Paese ad affrontare un futuro, dove la disponibilita’ di risorse idriche sara’ sempre piu’ limitata.”
