Liquefazione del sangue di San Gennaro: ecco la sua storia e in cosa consiste

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Oggi un’ovazione: “Il sangue si è sciolto”.  Il cardinale Crescenzio Sepe ha preso le ampolle dalla Cappella del Tesoro e il sangue era già liquefatto, mentre la folla gridava: “Verranno tempi migliori”. L’annuncio ufficiale dello scioglimento del sangue è avvenuto alle 10.05 e , come da tradizione, è sventolato il fazzoletto bianco da parte di un membro della Deputazione di San Gennaro, festeggiando poi con fuochi d’artificio l’avvenuto prodigio. La liquefazione del sangue di San Gennaro avviene tre volte l’anno: il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi; il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione; il 16 dicembre, festa del patrocinio di San Gennaro, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio del 1631, bloccata dopo le invocazioni del Santo. Alla liquefazione, ritenuta da molti fedeli cattoli napoletani come un miracolo, il Vaticano ha concesso l’appellativo di prodigio.

Essa vanta una lunga storia. Il sangue si sarebbe sciolto per la prima volta ai tempi dell’imperatore Costantino I quando il vescovo Severo, secondo altri Cosimo, trasferì le spoglir del Santo dall’Agro Marciano a Napoli. Durante il tragitto avrebbe incontrato la nutrice Eusebia con le ampolline del sangue del Santo. Alla presenza della testa, il sangue si sarebbe sciolto. La prima notizia documentata storicamente risale, invece, al 1389, come riportato nel Chronicon Siculum: nel corso delle manifestazioni per la festa dell’Assunta di quell’anno, ci fu l’esposizione pubblica delle due ampolle contenenti il sangue. Il 17 agosto 1389 ci fu una grandissima processione per assistere al prodigio: il liquido, conservato nell’ampolla, si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del Santo. Il fenomeno biologico della liquefazione, come ormai tutti sanno , napoletani e non, è sinonimo di buoni auspici per la città. In caso contrario, con il sangue che non si soglie, viene ritenuto presagio di eventi drammatici. E attenzione: non è solo il mancato scioglimento a mettere in allarme i fedeli. Basta che la liquefazione ritardi qualche ora, per essere ritenuto segno di sventura.

Al contrario, qualora il sangue fosse già sciolto all’apertura della cassaforte, sarebbe foriero di ottimi auspici. Difficile far capire a chi non è napoletano cosa significhi quel fazzoletto bianco che sventola quando avviene il miracolo. A settembre 1980, quando la liquefazione non avvenne, proprio in quell’anno si verificò il devastante terremoto dell’Irpinia, sciagura della Campania e di tutta l’Italia. Ma sono diversi i precedenti infausti legati alla mancata liquefazione del sangue. Successe nel 1939 e nel 1940, sempre in settembre, in corrispondenza con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso modo avvenne nel 1943, con l’inizio dell’occupazione nazista. Così come nel 1973, quando il colera mise in ginocchio Napoli, il miracolo non si verificò. E, andando all’indietro nei secoli, non si contano le volte in cui la mancata liquefazione fu associata a pestilenze, eruzioni e assedi. La storia consegna poi alcuni episodi curiosi legati al “miracolo”. Come nel 1799, quando il generale di Napoleone Jean Étienne Championnet, dopo giorni di assedio, entrò vittorioso a Napoli, piegando l’ostinata resistenza del suo popolo.

C’era forte tensione tra le truppe francesi e la popolazione, così che il generale ordinò al clero di aprire le porte delle chiese e di predicare pace ordine. Ma ancora non era sufficiente per placare la rabbia dei napoletani. Il giorno seguente Championnet arrivò un Duomo e si fece consegnare la venerata ampolla. Al generale bastò toccare la reliquia, ed ecco che il sangue si sciolse, con lo stupore della popolazione. San Gennaro (o chi per lui) aveva fatto nuovamente il miracolo. Da quel giorno, c’è ancora chi lo chiama “il miracolo di Championnet”. Le due ampolle oggi, fissate all’interno di una piccola teca rotonda, realizzata con una larga cornice in argento e provvista di un manico, sono conservate nella cassaforte dietro l’Altare della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Una è riempita per 3/4 mentre l’altra è semivuota in quanto parte del suo contenuto fu sottratto dal re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna.