Nonostante i farmaci contro l’epatite C abbiano raggiunto percentuali di efficacia elevatissime, “ci sono ancora due problemi: il primo è quello dell’accesso alle terapie: anche se teoricamente possiamo darle a tutti“, risulta oggi più difficile “il reperimento dei pazienti. Siamo ancora al di sotto del target fissato dall’Aifa di 80 mila terapie per anno (stimiamo di chiudere il 2017 con non più di 60 mila pazienti trattati), quindi con un deficit importante rispetto al dovuto. E questo potrebbe causare un ritardo rispetto ai piani di eradicazione della malattia“: lo ha dichiarato Antonio Craxì, professore di Gastroenterologia all’università di Palermo e presidente della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige), in occasione del congresso ‘Hepatology in motion’, summit di esperti a Napoli organizzato dall’università Federico II di Napoli e dall’ateneo di Palermo. “Ci sono ancora delle criticità legate a un atteggiamento che per anni ha allontanato dalle terapie questi pazienti, ritenuti ‘non curabili’ con l’interferone: era come se non meritassero cure perché avevano una malattia non evolutiva e venivano ‘scaricati’, dismessi e rimandati dal medico curante, recitando un mantra che era quello del ‘tanto non ti succede niente’. Oggi, che l’infezione la curiamo anche per evitare un’ulteriore diffusione da questi casi infetti ad altri, bisogna convincerli che quello che gli avevamo detto di fatto non è vero. Quindi è un poco un’inversione di concetto che richiede tempo e che di nuovo deve partire da un cambiamento nell’atteggiamento dei medici, che ormai considerano questo pazienti con epatite C un problema rimosso“.
Salute: allarme epatite C, i pazienti non vanno a farsi curare


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