Tomek Mackiewicz, alpinista polacco di 43 anni, aveva iniziato il suo settimo assalto in inverno al Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra con i suoi 8.126 metri s.l.m, in Pakistan, qualche giorno fa. Purtroppo, le cose non sono andate come sperava e attualmente risulta disperso a oltre 7.000 metri di quota. I suoi parenti non si danno per vinti, credono che sia ancora vivo e vorrebbero che le operazioni di salvataggio ripartissero, che un elicottero andasse a prenderlo.
Purtroppo le possibilità che questo avvenga sono già state escluse dalle autorità pakistane, sia per problemi legati al meteo avverso che per questioni legate alle rigide normative militari dello stato. Ma da un punto di vista tecnico si potrebbe fare. I familiari sono convinti sia ancora vivo e fanno affidamento alla sua forza e alla sua resistenza, caratteristiche che emergono quando ci si sofferma a ripercorrere la sua vita.
Chi è Tomek Mackiewicz?
La storia di Tomek Mackiewicz è una sceneggiatura pronta per un film. Ha trascorso la sua infanzia a Dzia?oszynie, in campagna, praticamente senza genitori, che lavoravano lontano. Ha vissuto con i nonni che non hanno interferito in modo specifico nella sua vita di tutti i giorni. Nel 1990 si è trasferito a Czestochowa per seguire gli studi superiori. Si sentiva perso nella nuova città, non conosceva nessuno, si è ritrovato ad affrontare una realtà completamente diversa. Ed è in quel periodo che ha toccato il fondo.
In una recente intervista ha raccontato di essere stato dipendente dall’eroina in quegli anni. Arrivò persino a vivere per strada. Per quasi tre anni, è stato l’ombra di una persona. Se non fosse stato per la sorella, che lo ha costretto a seguire una terapia, non sarebbe sopravvissuto. Ne è uscito totalmente nel 1998-99. Nel 2000, con soli 400 dollari in tasca, decise di fare un viaggio. Si ritrovò in India, dove passò circa un anno e mezzo con una dottoressa che gestiva un centro per lebbrosi: si ritrovò ad insegnare ai bambini, in cambio di vitto e alloggio. Ha vagato per tutta l’Asia e questo viaggio gli ha fatto capire che non c’è nulla di cui aver paura, perché il mondo è aperto e tutto può essere fatto: anche scalare il Nanga Parbat in pieno inverno.
Subito dopo il viaggio, infatti, è riemersa una sua vecchia passione irrealizzata: l’alpinismo. La sua prima esperienza importante fu la scalata del Monte Logan, la vetta più alta del Canada (5.959 metri). E da quel momento scalate su scalate, fino alla prima sul Nanga Parbat. Dopo la prima scalata della vetta pakistana, sentì che quella montagna l’aveva salvato dalla stagnazione, da uno stato di disperazione. Tomek ha dichiarato di avere una relazione unica con il Nanga Parbat: “Questo non è solo un pezzo di roccia, a un certo punto diventa un elemento della tua personalità. Ti dà energia, ti salva, ma può anche prendere energia in un lampo […] Sembrerà strano, ma lo tratto come un insegnante”.
Ha quattro figli, avuti da due matrimoni. Dichiarava che non voleva che il Nanga Parbat diventasse la sua ossessione, perché doveva prendersi cura della sua famiglia. Eppure pochi giorni fa, insieme ad Elisabeth Revol, ha tentato per la settima volta l’assalto al Nanga Parbat in pieno inverno. In diverse precedenti occasioni era riuscito a superare quota 7.000, in un’occasione è arrivato a poche centinaia di metri dalla vetta. Ma in un modo o nell’altro la montagna ha sempre trovato il modo di ostacolare il suo arrivo in cima.
Come in quest’ultima scalata, in cui sembra che a vincere sia stato di nuovo il Nanga Parbat. Continuiamo a sperare che non lo abbia fatto in maniera definitiva.


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