Belice, 50 anni fa la devastazione: un “boato immenso, poi d’improvviso il terremoto”

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Erano le tre del 15 gennaio 1968. Le lancette degli orologi posti sulle torri campanarie si bloccarono per sempre li’, su quell’ora, come se il tempo fosse stato colpito a morte e si fosse fermato. In quel momento tutta la Valle del Belice tremo’ paurosamente: si scosse in maniera ondulatoria e sussultoria, quasi volesse violentemente scrollarsi di dosso tutto cio’ che gli uomini con il tempo si erano costruiti“: don Antonio Riboldi, per anni parroco a Santa Ninfa, uno dei comuni sconvolti 50 anni fa dal devastante terremoto del Belice, ricorda nel suo libro “Lettere dal Belice al Belice” quei momenti drammatici, che cambiarono per sempre il volto della Valle. “Era una notte stranissima: di quelle che sembrano percorse da un presentimento di tragedia che tutti respirano, senza saperne il perche’. Fu un boato immenso, come venisse da lontano, ma che copriva e sovrastava tutto e tutti; e d’improvviso, il terremoto“. “Molti perirono: chi colpito da un masso, mentre fuggiva per le strade, chi nel proprio letto ove si era assopito, chi scendendo le scale: sorpresi tutti nelle posizioni piu’ svariate, vero quadro macabro della morte. I superstiti erano pervasi dal terrore: chi con una sola volonta’, quella di fuggire non si sa dove, perdendo in questa fuga disordinata ogni controllo e andando inconsciamente, molte volte, proprio incontro alla morte; chi, invece, quasi paralizzato, restava inchiodato, al posto dov’era, come rassegnato a ogni cosa. Attorno, sopra, sotto, tutto sembrava impazzito. Ogni edificio si piegava fino a toccare terra per rialzarsi subito dopo e ornare a piegarsi dalla parte opposta, sussultava, come volesse alzarsi verso l’alto. Uomini e cose, si era nelle mani di una forza bruta che ci scuoteva fino a volerci rompere. Duro’ un minuto: si disse che il terremoto era del nono grado della scala Mercalli. Per chi era ‘dentro’, sembro’ un’eternita’: sembro’ la morte“.