Secoli fa, sentire delle voci immaginarie era un segno della comunicazione con Dio o, al contrario, con il diavolo. Negli ultimi anni è stato associato alla pazzia. Ma il concetto di voci immaginarie è anche profondamente letterario. Gli autori, per esempio, possono sentire voci interne come “allucinazioni verbali uditive”. La più famosa “uditrice di voci” da un punto di vista letterario era senza dubbio Virginia Woolf, a cui Google dedica un bellissimo doodle nel giorno di quello che sarebbe stato il suo 136° compleanno.
Gli eventi terribili vissuti da Virginia Woolf durante la sua giovinezza – morti traumatiche, abusi sessuali, la coercizione del padre e il disinteresse della famiglia – hanno influito sulle esperienze delle voci che ha sentito negli anni successivi. Lei vedeva chiaramente la connessione tra gli eventi della sua giovinezza e le voci dei morti che le parlavano, soprattutto sua madre, e degli strani uccelli che cantavano in greco.
Virginia Woolf ha imparato a gestire l’immagine pubblica, accettando lo stereotipo genetico ereditario di figlia dell’irascibile ma spesso geniale Leslie Stephen e utilizzando le cure contro la neurastenia come un’opportunità per ritirarsi in un vagabondaggio creativo. Ha anche imparato a gestire le voci e non ha avuto altri esaurimenti nervosi fino al termine della sua vita, dopo quelli vissuti tra i 13 e i 33 anni.

Lei non vedeva contraddizioni nel definire la mente come un alone luminoso e visionario. Le voci che lei sentiva erano allo stesso tempo esperienze mistiche e oggetti della sua stessa indagine scientifica. Lei notava che gli shock ricevuti le avevano permesso di sviluppare le abilità per diventare una scrittrice e come questo la proteggesse dalle crisi nervose. Nelle sue lettere e nei suoi diari discuteva di come l’entrare nel mondo della scrittura le permettesse di avere accesso a ricordi che sentiva più reali del presente e di come questo richiedesse il cambiamento volontario del suo stato mentale in uno stato di dissociazione controllata.
Questa “dissociazione di coscienza” si manifesta in forma estrema in molteplici disturbi della personalità. I suoi romanzi, direttamente o indirettamente, esplorano questo cambio di stati mentali. Le voci immaginarie che sentiva hanno stimolato Virginia Woolf a inventare nuove possibilità per le voci nei romanzi, con intuizioni etiche: lei riconosceva che nella creatività e nella sofferenza siamo molti e non uno solo.
Virginia Woolf, la femminista, sapeva che il nostro ideale liberale di persone deve riconoscere la vasta diversità della razza umana. Ma se ci allontaniamo dall’idea della diversità interiore, chiamandola pazzia, come potremmo mai celebrare le differenze che incontriamo nel mondo esterno a noi? I romanzi di Virginia Woolf ci permettono di ascoltare e imparare lezioni politiche, etiche e cognitive su quello che succede quando la nostra mente continua l’infinito dialogo con se stessa.


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