Il Festival di Torino sarà, tra le altre cose, anche il palcoscenico per parlare dei flussi migratori e del ruolo che il cibo sta giocando nel quadro geopolitico del Pianeta. Secondo lo studio MacroGeo – BCFN l’Europa mediterranea resta un hub di scambio fondamentale nel processo migratorio: dal 2010 al 2015 sono passati per vari Paesi in Europa Centrale ben 5,4 milioni di persone e 4,5 milioni nell’Europa mediterranea.
Eppure il legame tra cambiamenti climatici e migrazioni rischia di portare a nuovi fenomeni migratori, che potrebbero vedere quelli che oggi sono i Paesi di destinazione di migranti – come l’Europa, appunto – in luoghi da cui sarà necessario emigrare. E’ quanto emerge da “Climate change and human migrations”, capitolo realizzato dalla Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatico inserito all’interno del rapporto MacroGeo. Il paper analizza come il bacino del Mediterraneo sia un “hotspot” del cambiamento climatico, ovvero un’area particolarmente vulnerabile a questo tipo di fenomeno. Dalle analisi svolte ci si aspetta, in concomitanza con estati che riscaldano ad un ritmo del 40% superiore a quello globale, una diminuzione delle precipitazioni nel breve (2025) e medio (2050) termine dal 2 al 7%, contro un aumento previsto sul globo tra l’1 e il 4%.
Questo significa che in futuro, nella regione del Mediterraneo i cambiamenti climatici e la variabilità climatica potrebbero portare a un riscaldamento di 0.7°C nel giro dei prossimi vent’anni, per raddoppiare entro il 2050. Lo studio conferma quindi che anche i Paesi europei saranno sensibilmente colpiti dai pericoli climatici, causa di impatti sulle filiere alimentari e sulle risorse idriche. E se i Paesi del Mediterraneo non saranno in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici, le rese agricole diminuiranno nelle regioni più meridionali, mentre tali condizioni potrebbero avere il potenziale di aumentare l’idoneità per la coltivazione di nuove colture nelle aree più a nord del bacino del Mediterraneo. Insomma, un contesto che nella sua complessità può anche rappresentare un’opportunità per il “Vecchio Continente”.
