Nanga Parbat, Elisabeth Revol racconta i dettagli del suo calvario: dalla morte di Tomek alle allucinazioni, adesso spera di evitare le amputazioni

Dalla sua camera d’ospedale dopo il suo ritorno in Franca, l’alpinista Elisabeth Revol ha parlato della sua scalata alla nona montagna più alta del mondo, da dove il suo compagno di cordata Tomek Mackiewicz non ha fatto ritorno. Curata per i gravi congelamenti alle mani e al piede sinistro, la donna voleva essere la prima alpinista a realizzare la scalata del Nanga Parbat in pieno inverno, senza ossigeno. Elisabeth racconta che era il suo quarto tentativo invernale e il settimo per Tomek. Era la terza volta che tentavano l’impresa insieme. Il Nanga Parbat è conosciuto come la “Montagna Killer” a causa di tutte le morti che ha provocato tra coloro che hanno deciso di sfidarla. Ma questa scalatrice esperta ha accettato i rischi in tutta coscienza.

La scalata comincia il 20 gennaio e, qualche giorno più tardi, i due si ritrovano a oltre 7.000 metri, molto vicini al loro obiettivo. Ma a quel punto le cose precipitano. Elisabeth racconta: “Tomek mi ha detto: non vedo più niente. Lui non aveva utilizzato alcuna maschera perché c’era un po’ di nebbia durante la giornata e alla sera ha avuto un’oftalmia (un’infiammazione oculare). Non abbiamo perso un secondo in cima. Ormai era una corsa per scendere”.

elisabeth revol, tomek mackiewicz, nanga parbatLa discesa comincia nella notte. Tomek si aggrappa alla spalla di Elisabeth per lasciarsi guidare. La donna continua: “Ad un certo punto non riusciva più a respirare, si è tolto la protezione che aveva davanti alla bocca e ha cominciato a congelare. Il suo naso è diventato bianco e poi anche le mani e i piedi”. A quel punto Elisabeth invia subito un messaggio di soccorso. I due riescono a mettersi al riparo dal vento. Tomek non ha più la forza di muoversi e di tornare al campo. All’alba la situazione è drammatica: “Il sangue colava senza sosta dalla sua bocca”, dice Elisabeth. Segni di edema, diranno i medici consultati a posteriori, ultimo stadio di un grave mal di montagna, che si rivela fatale se non si viene curati immediatamente.

C’è uno scambio di messaggi per organizzare i soccorsi: “Mi hanno detto: se scendi fino a 6.000 metri possiamo recuperarti e recuperare Tomek a 7.200 metri. Non è stata una mia decisione, ma ciò che mi è stato imposto”. Lascia dunque Tomek, dicendogli: “Ascolta, gli elicotteri arrivano nel tardo pomeriggio, io sono obbligata a scendere, verranno a recuperarti”. Elisabeth invia il punto GPS della sua posizione, protegge il suo amico nel miglior modo possibile e, convinta di un lieto fine, parte “senza prendere nulla, né tenda, né coperta, niente”. Ma gli elicotteri non saranno al punto dell’appuntamento.

Elisabeth Revol, Nanga ParbatElisabeth Revol passerà una seconda notte “senza attrezzatura”. Continua così: “Sapevo che ce l’avrei fatta, mi trovavo in una grotta, tremavo dal freddo ma non ero in una condizione disperata. Avevo più paura per Tomek, molto più debole”. L’altitudine le provoca un’allucinazione: immagina che delle persone vadano a portarle del tè caldo e che per ringraziarli doveva dar loro una scarpa. Tiene il piede a circa -50°C per 5 ore ed è questo a provocare i congelamenti.

All’alba Elisabeth Revol decide di non muoversi, per “preservarsi, immagazzinare calore”. Poco dopo, sente per la prima volta l’elicottero ai piedi del ghiacciaio. Ma “era troppo tardi, si era alzato il vento” e lei non può andare a raggiungerlo. Per messaggio, apprende che il mezzo ha dovuto tornare indietro e che non sarebbe arrivato prima del giorno seguente. Con la prospettiva di passare una terza notte allo scoperto, decide di tentare una discesa. “Cominciava ad essere una questione di sopravvivenza. Ho cominciato a scendere con calma, quando c’era troppo vento mi riparavo dietro una roccia”. Dopo molte ore di prove al limite delle sue condizioni fisiche, l’alpinista, esausta, raggiunge nella notte il campo 2. Vede, allora, due lampi frontali avvicinarsi a lei e comincia ad urlare. Si tratta di Denis Urubko e di Adam Bielecki, i soccorritori che la trarranno in salvo. Sarà immediatamente portata in un ospedale di Islamabad per ricevere le prime cure.

Oggi Elisabeth Revol si trova all’ospedale di Sallanches, in Alta Savoia, spera di potersi riprendere in pieno e di evitare l’amputazione. Vuole soprattutto “andare a far visita ai bambini” di Tomek. Il marito dichiara: “Bisognerà gestire soprattutto la morte di Tomek. Lei è riuscita a scalare il Nanga Parbat, ma è tornata sola. È un dramma”. I dottori affermano che Elisabeth avrà senza dubbio bisogno di assistenza psicologica.