Numerosi e suggestivi le leggende e i miracoli aventi Sant’Agata per protagonista. Molto famosa quella dell’impronta. Quinziano provò a convincere la Santa a intraprendere la via del piacere ma la fanciulla rispose: “E’ più facile che si rammollisca questa pietra, che non il mio cuore alle tue blandizie!”, battendo il piede che lasciò un’orma su una pietra, ancora conservata a Catania, nella Chiesa del Santo Carcere. Nel 1890, invece, le sacre reliquie, con tutto il tesoro, erano custodite nel Duomo quando avvenne il grande furto. Recuperata parte della refurtiva, si pensò di tutelare quel tesoro con cancelli robustissimi e invalicabili in ferro. Dentro la navata destra del Duomo, si trova una porticina in ferro che dà in una specie di nicchia, nota come Cammaredda della Santa, che si apre con due chiavi in possesso una dell’arcivescovado; l’altra del Comune.
Ancora oggi è credenza popolare la leggenda secondo la quale, oltre alla ringhiera e alla porticina, vi siano ancora cinque porte piene di catenacci e fermi prima di arrivare alla famosa stanchezza. Si parla, dunque, delle sette porte in ferro. Ed ancora. Si narra che davanti al Sacro Carcere, dirimpetto alla finestra della cella di Sant’Agata, si trova un’aiuola con un olivo, in ricordo di un’altra leggenda legata alla Santa. Pare che, per alleviare le sofferenze della Santa che, ferita, giaceva a terra nella cella, tormentata implacabilmente dal sole tutto il giorno e dai freddi venti di tramontana durante la notte, l’olivo, ormai secco, sotto le mura del carcere, stese improvvisamente i suoi rami spogli sino alla finestra della cella, ricoprendoli di giovani foglie e creando una barriera d’ombra ai raggi solari, oltre a produrre frutti per sfamare un po’ la giovinetta. Non potendo far nulla contro la ferma e risoluta volontà di Sant’Agata, Quinziano la mandò a morte, torturandola allo strappo delle mammelle. Ma il proconsole aveva le ore contate. La terra venne scossa da un terremoto e la gente, dopo essersi convertita al Cristianesimo, si ribellò contro il tiranno, costringendolo a scappare. Ma egli, nel tentativo di attraversare il fiume Simeto, vi annegò nei gorghi. Questo avvenimento dette vita alla nota leggenda del Simeto.
Parliamo di una leggenda agghiacciante. Sembra, infatti, che la notte tra il 4 e il 5 febbraio, giorni del martirio, si sentano ancora le sue urla disperate che richiamano ripetutamente il nome Agata e si oda l’ultimo nitrito del cavallo, travolti entrambi dalle onde vendicatrici del fiume. E che dire dell’eruzione del 252? Agata era morta da un anno ma Catania il 1 febbraio venne minacciata da una violentissima eruzione del vulcano che minacciava di distruggere tutte le provincie. Gli abitanti dei vari villaggi fecero ricorso al velo che cingeva il suo sepolcro, opponendolo all’avanzata inesorabile della lava. Il velo, da bianco, diventò rosso, arrestando l’eruzione proprio il 5 febbraio, giorno dell’anniversario del martirio. Passiamo alle iscrizioni più celebri. M.S.S.H. D.E.P.L , significa: “La mente di Sant’Agata è sana e spontanea per l’onore di Dio e per la salvezza della città natale, di cui è patrona”; mentre NOPAQUIE significa: Non offendere la patria (Catania) di Sant’Agata perché lei è vendicatrice delle offese.


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