Il Martedì Santo è il giorno dello sdegno in cui si ricorda Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, accusandoli di averlo trasformato in un luogo dedito al denaro, abusando del loro potere per il proprio profitto personale. Nel Vangelo di Giovanni si legge (2.13-25): Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi, gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi , e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”.Ancora più incisivamente, l’episodio è riportato nel Vangelo di Marco: Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”.
Il fatto avvenne in prossimità della Pasqua, destando grande impressione nella folla dei discepoli. Gesù cacciò i mercanti in quanto la fede era stata monetizzata e Dio divenuto oggetto di compravendita. Egli intendeva riportare il tempio alla sua vera anima di casa di preghiera, impedendo, col suo gesto d’alta valenza simbolica, che si trasformasse in una spelonca di ladri (espressione mutuata dai profeti Isaia e Geremia).Per comprendere a fondo l’importanza del gesto del Signore, possiamo rivolgerci ad un grande biblista, Gianfranco Ravasi. Egli scrive che il monumentale tempio di Erode accoglieva, soprattutto in occasione delle grandi solennità ebraiche, una folla variopinta di pellegrini che avevano bisogno di acquistare animali sacrificati, attestati ritualmente come “puri” dalle commissioni ispettive sacerdotali. Il mercato si svolgeva nel cosiddetto “Atrio dei gentili”, un ampio cortile aperto anche agli stranieri in cui si contrattavano non solo buoi e pecore (per i sacrifici più importanti), ma anche colombe e tortore (per le offerte dei meno abbienti).
Qui, inoltre, si commerciava vino per i riti di libagione; incensi e aromi per i sacrifici vegetali. Ogni ebreo versava la sua decima per il tempio (tassa che anche Gesù pagava), ed era necessario il ricorso ad una valuta che non recasse l’effige di qualche sovrano, considerata come segno idolatrico. Era ammessa solo l’antica monetazione giudaica o la valu ta della città fenicia di Tiro, priva di tali immagini.Ecco spiegata la presenza dei cambiavalute che, nel cambio, trattenevano per sé una commissione che oscillava dal 2,1 al 4,2 %. Attorno al tempio, scrive Ravasi, ruotava un “vero e proprio sistema commerciale sul quale lucrava il sacerdozio gerosolimitano”.


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