Sclerosi multipla: italiani scoprono molecole ‘maligne’ per cure migliori

Un importante studio ‘made in Italy’, condotto dall’università di Verona e pubblicato su gli Annals of Neurology, apre un nuovo scenario nel campo della diagnosi e della prognosi della sclerosi multipla. I ricercatori hanno infatti individuato molecole “maligne” che indicano lo stadio più grave della malattia, laddove fino ad ora gli esami diagnostici non consentono, nella maggior parte dei casi, di determinarne il grado di gravità della patologia.

Nella pratica clinica, dunque, la scoperta consentirà al neurologo di scegliere fin dall’inizio la terapia più adeguata per ciascun paziente riservando quelle più “energiche” solo a chi ne ha veramente bisogno. In particolare, il team scaligero ha individuato una combinazione specifica di molecole infiammatorie che, quando presenti ad alte concentrazioni nel liquido cerebro-spinale, prelevato normalmente per la diagnosi della malattia, predicono una forma aggressiva di Sclerosi multipla. Lo studio, finanziato dall’ International progressive Ms alliance, viene pubblicato proprio durante la settimana mondiale del cervello, confermando l’eccellenza di Verona negli studi e nelle ricerche condotti nel campo delle neuroscienze.

La scoperta è frutto del lavoro di un team internazionale coordinato da Massimiliano Calabrese, docente di Neurologia del dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona, che ha lavorato in collaborazione con Roberta Magliozzi, prima firma della ricerca, e i team dei reparti di Neurologia B e Neuropatologia del Policlinico di Borgo Roma diretti da Salvatore Monaco .

Allo studio hanno, inoltre, collaborato, Stefania Montemezzi e Francesca Pizzini dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata, Chiara Romualdi, Alessandra Bertoldo ed il Marco Castellaro dell’Università di Padova e Ruggero Capra, del centro Sclerosi Multipla di Montichiari. A rendere possibile il lavoro anche la collaborazione con Richard Reynolds dell’Imperial College di Londra e con Owain Howell della Swansea University Medical School che hanno confermato l’ipotesi dei ricercatori veronesi mediante l’analisi di tessuti cerebrali autoptici ottenuti da pazienti affetti da Sclerosi Multipla.

“Oggi per diagnosticare a un paziente la Sclerosi multipla – afferma Calabrese – viene prelevato un campione del liquido cefalo rachidiano che circonda e attraversa tutto il sistema nervoso centrale, detto ‘liquor’. Il nostro gruppo di ricerca ha messo a punto una nuova metodica in grado di determinare in sole 24 ore il profilo liquorale delle forme ‘maligne’ di malattia, quelle cioè con una maggiore componente neurodegenerativa. In questo modo – spiega – possiamo stabilire, già al momento della diagnosi, quindi in una fase molto precoce, se il paziente andrà incontro a un elevato rischio di progressione della malattia e, di conseguenza, individuare la terapia migliore per intervenire efficacemente. Questo nuovo sistema ci consentirà di evitare terapie aggressive non necessarie e quindi inutili rischi per il paziente, ma anche un conseguente notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale”.