Medicina: nel mondo 5 bimbi su 1000 con anomalia congenita al pene

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Uno dei temi di cui si discute al congresso Frontiers in Genito-Urinary Reconstruction in corso all’Università Tor Vergata di Roma, è l’ipospadia: nel mondo 5 bambini su mille nascono con tale anomalia congenita del pene. Sostanzialmente, il meato uretrale non è posizionato sulla punta del pene ma sull’asta peniena o nei casi più gravi a livello dello scroto o del perineo. Non è una condizione dolorosa e le forme lievi non prevedono una indicazione chirurgica, ma nelle forme più severe si opta per un intervento correttivo tra i 4 e i 12 mesi di vita per garantire la piena funzionalità urinaria e sessuale da adulti.

L’anomalia si determina durante lo sviluppo in utero: il tessuto che forma l’uretra non si chiude completamente e in molti casi anche il prepuzio non si sviluppa adeguatamente.

Secondo gli esperti non tutti gli interventi riescono perfettamente: “Una nostra ricerca retrospettiva su 1176 pazienti di età media 31 anni arruolati in dieci anni ha analizzato il numero di interventi eseguiti dai pazienti e gli esiti delle revisioni. Numero, che rende almeno in parte la dimensione del problema. Con un range tra 2 e 23 interventi, la media di operazioni che ciascun paziente affronta nel corso della vita sono ben 5,” spiega Salvatore Sansalone, co-presidente e direttore scientifico del congresso. “Si tratta di revisioni o di correzione di complicazioni come il restringimento del meato urinario con conseguente difficoltà a urinare, conseguenze di una errata tecnica chirurgica, infezioni, deterioramento del tessuto usato per riparare l’ipospadia, oppure ‘assecondare’ la modificazione dei tessuti a causa della crescita. Controlli a 12 sino a 137 mesi hanno confermato il successo dell’intervento secondario nell’88,1% dei casi, con un rimarchevole 90,4% nell’intervento in un’unica sessione operatoria“.